VENEZIA – Una figlia lascia casa per andare a studiare fuori. Un passaggio normale, quasi inevitabile nella vita di una famiglia. Eppure basta quello per alterare un equilibrio costruito in anni di quotidianità, piccoli gesti, responsabilità condivise. È da questo vuoto che prende le mosse Una storia, esordio alla regia di Anna Foglietta, presentato in concorso nella sezione Orizzonti a Venezia 83. Protagonisti sono Alba Rohrwacher e Guido Caprino, nei panni di Erika e Mauro, mentre la sceneggiatura porta la firma della stessa Foglietta insieme a Tania Pedroni e Matteo Ferri. La coppia che incontriamo all’inizio non è sull’orlo del divorzio. Non vive un matrimonio tenuto in piedi dall’ipocrisia o dalla paura. Erika e Mauro si amano ancora. Ed è proprio questo, raccontano Pedroni e Ferri a Hot Corn, a rendere più interessante la frattura che lentamente si apre tra loro.
«Non siamo partiti dall’idea di raccontare semplicemente un amore diventato abitudine», spiega Tania Pedroni. «Ci interessava capire cosa accade a una coppia che ha vissuto un amore solido, con radici sane, che ha attraversato il tempo e accompagnato due persone dalla giovinezza alla mezza età. Poi quella struttura che ha dato loro identità e sicurezza subisce uno scossone: la figlia esce di casa. È una cosa naturale, prima o poi i figli lo fanno, ma quel vuoto modifica gli equilibri e finisce per mettere tutto in discussione».
È soprattutto Erika ad avvertire per prima che qualcosa non funziona più. Mauro, invece, prova a rimanere aggrappato a ciò che conosce, a una forma di vita che continua ad apparirgli rassicurante. Ma il punto, precisa Pedroni, è proprio che l’amore tra loro non è scomparso.
«Il loro non è un matrimonio finito e tenuto insieme soltanto dall’apparenza, dal conformismo o dalla paura del cambiamento. C’è ancora un sentimento sincero. È un amore che è cambiato nel tempo e che viene rimesso in discussione. La domanda era capire se potesse andare oltre quella forma di amore che rassicura e dà certezze, ma che magari non corrisponde più a chi sei davvero».
Nel film il vuoto della casa diventa quindi lo spazio nel quale riaffiorano domande rimaste a lungo coperte dal fare: crescere una figlia, lavorare, occuparsi delle cose quotidiane, portare avanti una famiglia. La logline ufficiale parla non a caso di «ferite irrisolte, abitudini soffocanti e sogni dimenticati». Per Matteo Ferri, il pericolo dell’abitudine non riguarda infatti soltanto il modo in cui guardiamo la persona che abbiamo accanto. Può riguardare prima ancora il rapporto con noi stessi.
«Alla lunga rischiamo di abituarci non soltanto alla coppia, ma anche a noi stessi. Facciamo tantissime cose che ci danno equilibrio, che riempiono le giornate e ci fanno stare bene. Però possiamo smettere di farci domande. E nel momento in cui cominci a interrogarti davvero sui tuoi bisogni, magari scopri parti di te che non avevi mai indagato. Quello che trovi può mettere in crisi una relazione».
Da qui nasce una delle questioni più delicate di Una storia: quanto spazio può sopportare una coppia per le esigenze individuali di chi la compone? E cosa accade quando la ricerca personale di uno dei due obbliga anche l’altro a cambiare?
«Ci interessava non scrivere una storia che corresse su un binario già tracciato», continua Ferri. «Volevamo che evolvesse insieme alle domande che ci facevamo noi e che si facevano i personaggi. Anche il finale, per esempio, per molto tempo è rimasto sconosciuto anche a noi. A un certo punto abbiamo semplicemente capito che quello era il momento in cui dovevamo fermarci».
Persino il titolo, Una storia, sembra quasi voler sottrarre il film a qualsiasi definizione troppo precisa. Ma Pedroni e Ferri mettono in guardia da una lettura troppo facile: non c’era l’ambizione di trasformare Erika e Mauro nella rappresentazione universale di ogni coppia. «Non direi che ci fosse una pretesa di universalità», spiegano. «Ci interessava piuttosto ascoltare alcune domande, alcuni dubbi e alcune inquietudini che possono essere trasversali. Quello che cambia da persona a persona sono gli strumenti con cui si cerca una risposta».
Ed è forse qui che il titolo acquista il suo senso. Una storia, appunto. Non la storia. Due persone con il proprio carattere, la propria educazione, i propri limiti. Ma attraversate da interrogativi nei quali è difficile non riconoscere qualcosa: cosa rimane di noi quando vengono meno i ruoli attraverso cui ci siamo definiti? Quanto siamo disposti a cambiare? E fino a che punto preferiamo riempire la vita pur di non ascoltare ciò che ci sta chiedendo?
«Quello che ci ha appassionato di questi personaggi», racconta Pedroni, «è che, pur avendo strumenti relativamente limitati, decidono comunque di mettersi in ricerca. Non sfuggono alle domande. Alla fine non hanno necessariamente trovato delle risposte, ma accettano di stare dentro il percorso della ricerca. E accettare quell’indefinitezza non è così comune. Molto spesso scappiamo riempiendo la nostra vita, sostituendo l’essere con il fare».
In questo senso il film evita anche una contrapposizione troppo semplice tra amore e libertà personale. Un rapporto può certamente diventare il luogo in cui ci si perde, ma può anche essere ciò che costringe una persona a compiere un movimento che da sola non avrebbe mai avuto il coraggio di fare.
«Forse le esigenze individuali possono non riuscire più a stare dentro una storia d’amore», riflette Pedroni. «Ma l’amore può anche essere una grande occasione per fare un passo evolutivo. Mauro, se Erika non lo avesse messo di fronte al proprio malessere, probabilmente non avrebbe mai fatto quello scatto. Invece lo fa proprio grazie a quell’amore. Può esistere un amore che non è più conciliabile con ciò che siamo diventati, ma può esisterne anche uno che ci permette di fare passi che da soli non avremmo fatto». La scrittura del film è nata dall’incontro di tre persone – Foglietta, Pedroni e Ferri – che appartengono anche a momenti diversi della vita. E forse proprio quella distanza ha evitato che Una storia diventasse l’autoritratto di una singola generazione.
«Eravamo tre persone con tre età diverse, tre fasi della vita e tre sguardi differenti», raccontano gli sceneggiatori. «È stato un incontro molto proficuo. Le domande dei personaggi vengono inevitabilmente anche dalle domande che ci facciamo noi, ma nella scrittura si attinge a quello che si è vissuto, a quello che si è osservato e anche a ciò che invece è molto distante da noi».
Ferri cita Mauro come esempio. «I protagonisti hanno circa dieci anni più di me, quindi quella fase della vita non l’ho ancora attraversata. Però nel rapporto di Mauro con il maschile ci sono cose che riconosco e che ho vissuto anch’io. È questo che succede quando scrivi: alcune cose ti appartengono direttamente, altre devi provare a raggiungerle».
E alla fine rimane soprattutto una ricerca di senso. Quella di Erika, prima di tutti, ma anche quella di Mauro. E forse quella di chiunque, a un certo punto, si accorga che la vita costruita negli anni continua a esistere, ma non basta più a spiegare completamente chi siamo. «Quel bisogno di senso che attraversa Erika credo che prima o poi tocchi molti di noi», conclude Pedroni. «Poi magari andiamo avanti comunque. Magari non troviamo una risposta, oppure facciamo finta di non averne bisogno. Ma la domanda rimane».
LEGGI ANCHE
Une femme aujourd’hui: quando una donna deve ricominciare da sé




Lascia un Commento