ROMA – Dalle solfatare della Sicilia più arretrata a Stoccolma, dove vince il Nobel per la letteratura nel 1934: la vita di Luigi Pirandello (Fabrizio Bentivoglio) è fatta di estremi, e anche ciò affascina Michele Placido in Eterno Visionario. Ispirandosi alla biografia di Matteo Collura, Il gioco delle parti (Casa Editrice Longanesi, 2010), il film racconta l’inferno della vita famigliare dell’autore di Sei personaggi in cerca d’autore con la moglie Antonietta Portulano (Valeria Bruni Tedeschi) rinchiusa in un manicomio e i figli Fausto (Michelangelo Placido), Stefano (Giancarlo Commare) e Lietta (Aurora Giovinazzo), i suoi trionfi, ma anche le contestazioni e gli scandali del palcoscenico, il sogno di un amore assoluto con Marta Abba (Federica Luna Vincenti) e il rapporto controverso con il fascismo.

Il film, presentato in anteprima nazionale alla Festa del Cinema di Roma nella sezione Grand Public, arriverà al cinema dal 7 novembre con 01 Distribution. L’occasione, per Placido, è quella di esplorare la vita di Luigi Pirandello attraverso uno sguardo registico penetrante che ne rivela le sfumature della sua umanità e l’intimità profonda. Un ritratto autentico, limpido e vivido che ci restituisce in immagini dalla costruzione ricercata su veli di realismo poetico, i tormenti, il talento ma soprattutto le ragioni del processo creativo dell’autore siciliano. Perché attraverso la scrittura, Pirandello dava voce ai fantasmi del proprio vissuto incanalando la propria infelicità in arte. «Noi scriviamo per vendicarci di essere nati» dice a un certo punto il protagonista in una formidabile e durissima linea dialogica.

Testimonianza testuale di un dolore inelaborabile come può esserlo un amore non corrisposto che continua a vivere – però – in ogni parola scritta, in ogni periodo, in ogni pausa per (ri)prendere il respiro. E come può esserlo, nella fattispecie, il legame tra Pirandello e la Abba che del genio siciliano era musa, ispirazione e sola ragione. Nel caso di Eterno Visionario – più in generale – la visione di immagini che scorrono dinanzi ai nostri occhi in montaggio morbido e infine incanalate in un viaggio su di un treno nella notte che Placido scandisce di digressioni temporali. Tra passato e presente, sogno e realtà, ogni frammento di vita di Pirandello si armonizza all’altro – come le tessere di un puzzle – sino a formare una brillante forma caratteriale portata in scena da un Bentivoglio allo stato dell’arte.

Intimo, brillante, esplosivo, intenso. Il Pirandello cinematografico definitivo che cresce e si espande in confronti attoriali eccellenti tra una Bruni Tedeschi spigolosa e problematica, una Vincenti eterea, e una formidabile Giovinazzo. Sullo sfondo, infine, la dissoluzione dell’identità dell’uomo novecentesco e quella gabbia di simulazioni che è la società che si apre a noi tra la Sicilia rurale degli zolfatari e paesaggi ancestrali suggestivi, la Roma fascista e la Stoccolma del Nobel, la Berlino di Friedrich Wilhelm Murnau e i sogni di Broadway e Hollywood. Un film, Eterno Visionario, destinato ad entrare di diritto negli annali della storia del cinema italiano.
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