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Xavier Legrand: «Il mio cinema? A metà strada tra Alfred Hitchcock e l’impegno sociale»

La paura, la forza delle donne, un film rivelazione: Xavier Legrand si racconta a Hot Corn

Xavier Legrand e Nathalie Durand sul set de L'affido.

ROMA – Che debutto quello del francese Xavier Legrand. Pochi registi sono stati capaci di stupire e sconvolgere con la pellicola d’esordio. E c’è riuscito lui – classe ’79 – costruendo ne L’Affido un dramma dall’eco potentissimo, con un tema scioccante e attuale. Nell’opera scritta, diretta e basata sul suo cortometraggio Avant que de Tout Perdre (candidato all’Oscar), la storia è potente: una madre, Myriam (Léa Drucker), cerca di ottenere l’affido esclusivo del figlio Julien (Thomas Gioria), dopo il divorzio dal violento marito Antoine (Denis Ménochet). Il giudice, però, decide per l’affidamento congiunto. Passato a Venezia, con un paio di Leoni in bacheca (Leone d’Argento per la Regia e il Leone del Futuro), L’Affido è uscito anche in Italia grazie a Nomad Film e noi di Hot Corn abbiamo intervistato Legrand in un confronto di idee e parole sparse.

Una scena del film.

LA TENSIONE «Per rappresentare la paura, sono partito dal cinema di Hitchcock: non è il colpo che spaventa, ma l’apprensione di ciò che potrebbe accadere. Lo spettatore deve sempre trovarsi in tensione. E, ne L’Affido, c’è la paura di chi abbiamo vicino. Si tratta di una storia di dominio, le donne che vivono in queste situazioni hanno un costante timore, in un contesto famigliare dove è esercitato il potere maschile. Si parla di patriarcato ancor prima che di violenza domestica».

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Il dramma seduto ad un tavolo. Una scena de L’Affido.

IL PUNTO DI VISTA «Si incrociano diversi punti di vista: presento la storia, passando la palla allo sguardo neutro del giudice, fino alla vicina che denuncia il fattoIl pubblico non deve essere ostaggio, ma deve mantenere una sorta di distanza per poter giudicare gli eventi. Qui c’è un uomo manipolatore, e lo spettatore, per forza, si ritrova a farsi alcune domande. Ho voluto affrontare la violenza domestica perché è raro trovarla al cinema. Mi sono documentato, e ne ho voluto parlare in modo diverso, affrontando il dramma sia come cittadino che come uomo».

Thomas Gioria è il giovane e conteso Julien Besson.

LA VIOLENZA «Ho svolto un grosso lavoro di ricerca. In Francia, spesso, sono le donne che si occupano di questi casi. Gli uomini, dalle ricerche fatte, negano la loro violenza. Per assurdo, si credono essi stessi vittime, sentendosi legittimati in quello che fanno. E posso ammetterlo: parlando con testimoni, o approfondendo le personalità, non ho mai incontrato un uomo dallo sguardo sincero…».

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Denis Ménochet, nella parte del disumano Antoine.

IL CAMBIAMENTO «Come si può rispondere alla violenza senza generarne altra? Occorre modificare lo sguardo umano che abbiamo su di noiDobbiamo tornare ad un cambio di idee. Si pensava una volta che in guerra, il sangue versato dagli uomini, era puro, quello delle donne, invece, impuro. Una roba inconcepibile. In più, i valori tradizionali sono, in parte, un grosso problema. Tutto deriva da questo».

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Il confronto. Léa Drucker e Denis Ménochet ne L’Affido.
  • Qui potete vedere il trailer de L’affido:

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