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Suburbicon | L’America razzista e la vera storia dietro la black comedy di George Clooney

Una famiglia afro-americana, un vicinato xenofobo e una vecchia sceneggiatura dei fratelli Coen…

suburbicon
Oscar Isaac, Matt Damon e Julianne Moore

MILANO – Quando il postino suonò al 43 Deepgreen Lane di Levittown, Pennsylvania, una mattina di agosto del 1957 ad aprirgli la porta trovò una donna di colore. Convinto fosse la domestica, la prima cosa che fece fu domandargli se in casa ci fosse la signora Meyers. Ma la signora Meyers era lei e il postino, durante il suo giro quotidiano, chiese a tutti i residenti se avessero incontrato i loro nuovi vicini. Il risultato? Entro sera, davanti all’abitazione di William e Daisy Meyers, si erano radunate circa 500 persone gridando insulti razziali mentre sventolavano bandiere confederate. Un fatto di cronaca ripreso da George Clooney per la sua sesta regia, Suburbicon. Una black comedy che nasce dall’unione di una vecchia sceneggiatura scritta dai fratelli Coen nel 1999 con la vera storia dei Meyers scoperta grazie ad un documentario, Crisis in Levittown, del 1957.

Una scena di Suburbicon
Una scena di Suburbicon

Villette a schiera, erba di un verde brillante e un garage. Il sogno di ogni americano medio: avere una casa di proprietà. A questo pensò William Levitt quando con la sua Levitt & Son costruì sette grandi complessi residenziali suburbani all’indomani della seconda guerra mondiale. Un piccolo paradiso lontano dal caos della città economicamente vantaggioso per le tasche degli onesti cittadini americani, meglio ancora se veterani che avevano servito il Paese. Ma dietro quell’idea virtuosa si nascondeva un’altra verità: creare aree urbane dove le persone potessero vivere senza la presenza di minoranze, specie se si trattava di afro-americani. Una storia simile al caos scoppiato qualche anno dopo a Yonkers e raccontato nella mini-serie HBO, Show me a hero.

William e Daisy Meyers
William e Daisy Meyers

«Quelli del Nord del Paese amano pensare di non avere nulla a che fare con il razzismo», ha raccontato Clooney all’Hollywood Reporter, «Se ne lavano le mani dicendo: “Siamo liberali. Siamo contrari alla schiavitù e a favore dei diritti civili”. Ma la realtà era molto più complicata. C’erano molti problemi, specialmente in posti come Levittown». Suburbicon racconta di una comunità apparentemente perfetta e civile che mostra il suo vero volto, intollerante e xenofobo, con violenza e brutalità. La paura del diverso che Clooney rappresenta contrapponendo le malefatte dell’uomo comune interpretato da Matt Damon, tutto camice inamidate e valigetta da bravo impiegato, contro le angherie subite con silenziosa dignità dai Meyers.

Matt Damon e Julianne Moore in una scena di Suburbicon
Matt Damon e Julianne Moore in una scena di Suburbicon

«Ho comprato la casa e intendo viverci» affermò il Signor Meyers che rimase a vivere con la sua famiglia in quella villetta per altri quattro anni prima che il suo lavoro non li portasse altrove, a Harrisburg, Pennsylvania. Un periodo in cui i suoi (apparentemente) rispettabili vicini misero in piedi una petizione per mandarli via, si appostarono davanti casa loro giorno e notte mettendo musica a tutto volume, lanciarono pietre alle loro finestre e li intimidirono quotidianamente arrivando a chiamarli nel cuore della notte per minacciarli di morte. Un conflitto razziale che ottenne le prime pagine dei giornali e il soprannome per la Signora Meyers della “Rosa Parks del Nord”.

Una folla di abitanti di Levittown davanti casa dei Meyers
Una folla di abitanti di Levittown davanti casa dei Meyers

Ma a Levittown c’era anche chi era solidale con la famiglia Meyers inviando loro lettere di benvenuto, inviti a cena o schierandosi apertamente contro i concittadini razzisti. Una parentesi di civiltà che George Clooney affida in Suburbicon al giovane Nicky – interpretato da Noah Jupe – che, giocando con il figlio dei Meyers mentre fuori dal loro giardino risuonano insulti, si rivolge al suo nuovo amico per dirgli: “Fai finta che non esistano”. «Penso sia davvero importante ricordare a noi stessi che ogni volta che vediamo questo genere di cose sono radicate nella nostra anima, fanno parte del nostro peccato originale, ed è qualcosa che dobbiamo ancora esorcizzare» ha sottolineato Clooney a The Atlantic.

Una scena di Suburbicon
Una scena di Suburbicon

Quello che Suburbicon non racconta è che anni dopo Daisy tornò a Levittown. Fu invitata nel 1999 per accettare delle scuse ufficiali per quello che dovette subire insieme alla sua famiglia. Fu anche piantato un albero davanti al Municipio chiamato Ms. Daisy in suo onore e venne organizzato un banchetto per festeggiare quella giornata storica per la comunità di Levittown. Il complesso residenziale dal canto suo, durante gli anni Cinquanta e Sessanta, provò ad aprirsi all’integrazione accogliendo nella propria comunità un’altra famiglia afro-americana, i Mosby, che ottennero un benvenuto sicuramente più affettuoso di quello riservato, solo un anno prima, ai Meyers.

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