in

Schindler’s List: perché il capolavoro di Steven Spielberg è ancora necessario

Per il 25° anniversario dall’uscita, dal 24 al 27 gennaio torna in sala il film sull’impresa di Oskar Schindler

Schindler's List, una scena del film.
Steven Spielberg, Ben Kingsley e Liam Neeson sul set di Schindler's List.

ROMA – «Sì, fui io a insistere perché Steven girasse Jurassic Park prima di cominciare la produzione di Schindler’s List. Perché? Perché sapevo bene che dopo quell’esperienza la sua filmografia non sarebbe stata più la stessa…». A ricordarlo, a metà anni Novanta, fu Kathleen Kennedy, storica produttrice hollywoodiana nonché il nome dietro alcuni dei più grandi successi degli ultimi quarant’anni, da Guerre Stellari a Ritorno al Futuro. La Kennedy non avrebbe potuto essere più lungimirante, perché dopo il 1993, per Spielberg cambiò tutto e il regista approdò a una maturità stilistica tale da aprirsi ad una doppia carriera, muovendosi tra pellicole storiche – da Salvate il soldato Ryan a Munich, da Lincoln a Il ponte delle spie – e il suo regno indiscusso della magia, dell’avventura e del gioco – vedi Minority Report, Prova a Prendermi, Le avventure di Tintin.

Spielberg sul set di Schindler’s List, in Polonia, con la bambina dal cappotto rosso.

Di fatto, però, quello per arrivare a Schindler’s List – dal 24 al 27 gennaio in sala a venticinque anni dall’uscita – fu un lungo e dolente percorso per Spielberg che, ad un certo punto, stava per abbandonare la produzione del film, lasciando spazio a Martin Scorsese o addirittura a Billy Wilder. I due declinarono però l’invito, seguiti da Roman Polański. Dunque, dieci anni dopo aver conosciuto l’impresa umana e storica di Oskar Schindler e dopo aver letteralmente cambiato il mondo dell’entertainment, per Spielberg non c’erano più alibi: era arrivato il momento di andare oltre, riflettendo su quel tema che da sempre lo tormentava. Decise di affrontarlo con l’unica voce possibile: quella della verità.

Schindler's List
Un’altra immagine di Spielberg sul set, a Cracovia.

Rivisto oggi l’Olocausto di Spielberg è cinematografico perché tale è la concezione che il regista ha della vita. Non per questo però è meno reale di quanto si fosse prefissato, perché applicò il proprio talento al passato con un’umiltà tangibile in ogni inquadratura. Di qui la scelta di annullare il colore, per affondare le proprie motivazioni in qualcosa di molto più indicibile e, quindi, reale. «L’Olocausto fu vita senza luce», ricordò il regista, «e per me il simbolo della vita è il colore. Per questo doveva esserci il bianco e nero». E nella messinscena piena di ombre di Schindler’s List, segnata dalla colonna sonora di John Williams,  la partecipazione è palpabile, lo sguardo è sempre contaminato e racconta allo spettatore il coraggio di un uomo ma anche l’inquietudine che ha segnato la sua esistenza.

Dopo l’uscita, gli incassi e gli applausi, sarebbero arrivati i sette Oscar, tra cui quelli per film e regia, ma quelli fanno parte della storia personale di Spielberg non della Storia del Novecento, non di quell’orrore che qui viene rievocato senza edulcorare nulla. E oggi forse il residuo più evocativo che l’arte ci ha restituito della Shoah è proprio quel simbolo, quel cappotto rosso perso tra la folla di una bambina che non crescerà.

Volete (ri)vedere Schindler’s List? Lo trovate su CHILI

Qui potete vedere il trailer di Schindler’s List per il 25º anniversario:

[inserisci trailer=’schindlers-list-trailer-25-anniversario’ display=’title’]

Lascia un Commento

HOT CORN Tv | Dietro le quinte di Mathera: il backstage del documentario

first-reformed

Da Spike Lee a Ethan Hawke: le reazioni alle nomination degli Oscar 2019