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Rosalie | Nadia Tereszkiewicz, Benoît Magimel e una fiaba di puro cinema

Una pellicola sull’identità e l’accettazione, tra barbe e doti. In sala dal 30 maggio con Wanted Cinema

Un estratto della locandina ufficiale di Rosalie, di Stéphanie Di Giusto, in sala dal 30 maggio con Wanted Cinema
Un estratto della locandina ufficiale di Rosalie, di Stéphanie Di Giusto, in sala dal 30 maggio con Wanted Cinema

ROMA – Da Cannes a Cannes, fino alle sale: Rosalie è una donna nella Francia del 1870, ma non è come tutte le altre: sin dalla nascita, il viso e il suo corpo sono ricoperti di peli. Per evitare il rifiuto, ha sempre dovuto rasarsi. Tuttavia, quando Abel, un proprietario di un caffè, la sposa per la sua dote, Rosalie decide di non nascondere più la sua diversità. Lasciandosi crescere la barba, si libera. Vuole che Abel la ami per quello che è, nonostante gli altri la considerino un mostro. Riuscirà Abel ad accettarla? E riuscirà Rosalie a sopravvivere? Presentato a Un Certain Regard a Cannes l’anno scorso, Rosalie, di Stéphanie Di Giusto con Nadia Tereszkiewicz e Benoît Magimel, in sala dal 30 maggio con Wanted Cinema.

Nadia Tereszkiewicz e Benoît Magimel in una scena di Rosalie
Nadia Tereszkiewicz e Benoît Magimel in una scena di Rosalie

Un’opera decisamente originale, Rosalie, ispirata, peraltro, da una storia vera. Quella di Clémentine Delait, passata alla storia come: «La più illustre e celebrata dama barbuta di Francia». Dalle cronache dell’epoca risulta che Clémentine fosse irsuta fin dalla tenera età, ma che scelse di radersi regolarmente per non rendere noto il suo dono. Questo finché, nel 1900 – già sposata – vide in un circo itinerante una donna barbuta dalla barba insignificante. Lì si vantò, a gran voce, di potersi far crescere una barba migliore di quella, e tutta da sola. Suo marito Paul la sostenne, scommettendo 500 franchi in suo favore. La scommessa attirò talmente tanti cliente che il Café di cui erano gestori cambiò nome in Il Cafè della Donna Barbuta.

Rosalie, opera seconda di Stéphanie Di Giusto, al cinema dal 30 maggio con Wanted Cinema
Rosalie, opera seconda di Stéphanie Di Giusto, al cinema dal 30 maggio con Wanted Cinema

E girò il mondo Clémentine, in tourneé. Divenne un’icona, tanto che nel 1904 ricevette un permesso speciale dalle Autorità francesi per indossare abiti da uomo a suo piacere, e questo in un’epoca in cui era illegale per le donne indossare abiti maschili. La Di Giusto parte esattamente da questa carica rivoluzionaria nell’intessere i panni caratteriali della sua Rosalie, affidandola alla giovane ma già capacissima Tereszkiewicz che ne fa sue le effigi barbute tra intensità recitativa e presenza scenica elegante e aggraziata, rendendosi protagonista di una prova maiuscola e di carattere. A cambiare, però, è il contesto scenico. La Parigi di Clémentine diventa la Francia rurale di Rosalie, e con essa una narrazione dalla componente valoriale spinosa che va dalla xenofobia all’omofobia con l’empatia e l’amore a porvi un freno.

Benoît Magimel in una scena del film
Benoît Magimel in una scena del film

Perché il dono di Rosalie viene prima accolto e accettato per poi essere violentemente ripudiato dalla società rurale. Un dono che la Di Giusto non ci pone dinanzi agli occhi sin da subito, ma che lascia crescere gradualmente in un gioco registico fatto di scrittura deduttiva e voyeurismo di sguardo con cui solleticare la curiosità dello spettatore. Soprattutto quella dell’Abel di un misurato, magnetico, irresistibile e glorioso Magimel, a cui la Di Giusto permette di accedere al cuore e alla passione di Rosalie, non prima di urla, litigi, frizioni e rifiuti di ogni genere. Perché è sull’evoluzione del rapporto tra Rosalie e Abel che la narrazione cresce ed evolve. Un rapporto che cresce a ritmo cadenzato, tra diffidenza, comprensione, amicizia, passione travolgente e amore puro e incondizionato, in un donarsi reciproco come unica ragione possibile per cui vivere.

Nadia Tereszkiewicz in un momento del film
Nadia Tereszkiewicz in un momento del film

In particolare per Rosalie. Perché in quel lasciarsi crescere la barba per mostrarsi ad Abel nel suo vero io e vestirsi, agli occhi degli altri, del rischioso ruolo di freak in modo da ripianare i debiti del dubbioso marito, c’è la semplice complessità della vita e con essa tutta la gioia di un salto nel buio ad occhi aperti e la purezza di cui abbiamo bisogno, per essere umani. C’è l’accettazione di sé, l’emancipazione dalle paure primordiali e la (ri)scoperta dell’altro – e del mondo – nelle sue reazioni e attenzioni. E poi il registro scelto dalla Di Giusto, quello d’impostare il racconto nel tono di una fiaba per adulti incisa di immagini come composizioni pittoriche, e un finale a metà tra L’Atalante e La Forma dell’Acqua. In poche parole: un film bellissimo, Rosalie, un film da vedere.

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