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Ron Howard: «Pavarotti, una vita da Opera e la voglia di arrivare al cuore del pubblico»

Hot Corn ha intervistato il regista per parlare del documentario dedicato al tenore

pavarotti

ROMA – L’appuntamento, lo scorso ottobre, è in un albergo in centro a Roma, a due passi da Piazza del Popolo. Ron Howard, occhi azzurri, camicia blu e immancabile cappello da baseball in testa, è seduto su una poltrona a bere un doppio espresso mentre risponde alle domande di Hot Corn su Pavarotti, documentario dedicato al tenore italiano. Realizzato con filmati inediti e immagini delle performance live, il documentario  è una preziosa testimonianza che intreccia pubblico e privato dando vita ad un ritratto autentico dell’artista e dell’uomo. «Sono certo che, in determinati momenti della sua vita, le Arie che cantava riflettevano quello che provava» ci ha raccontato Ron Howard che ha usato la voce stessa del tenore per raccontare la sua storia grazie al ricco materiale messo a sua disposizione dalla famiglia.

Pavarotti
Nicoletta Mantovani e Ron Howard sul red carpet della Festa del Cinema di Roma. Foto di Elena Sudati

Jay-Z, i Beatles ed ora Pavarotti. Tutti individui dal forte carisma che hanno legato le loro vite alla musica. Lavorando a questi documentari, cos’ha imparato dalle loro vite?

C’è sempre una combinazione di talento e impegno. Tutti artisti che, in un certo modo, sono dei poeti. Anche se Pavarotti non ha scritto le sue musiche, il modo in cui le ha espresse era una forma d’arte esattamente come quella dei Beatles o di Jay-Z. Rap, hip hop, rock’n’roll, opera: stili completamente diversi ma che hanno connesso il pubblico arrivando dritti alla loro mente e al loro cuore. Un aspetto molto è potente. Mentre stavo girando il documentario su Jay-Z e il suo festival musicale ero dietro la macchina da presa, molto vicino al palco, e quando è salito ed ha iniziato ad esibirsi ho imparato qualcosa. L’hip hop non è di certo il mio genere ma lui stava comunicando con il pubblico. In quel momento mi sono ricordato di quando vidi dal vivo Frank Sinatra in un piccolo club di Las Vegas. Sinatra usava le canzoni per arrivare dritto al cuore del suo pubblico e ho visto fare la stessa cosa anche a Jay-Z. Quando pensi ai Beatles e all’idea che c’era dietro a quelle canzoni e poi guardi le performance di Pavarotti capisci che hanno tutto questo in comune: l’abilità di usare la musica per raggiungerti.

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Luciano Pavarotti e Nicoletta Mantovani

Nel documentario è lo stesso Pavarotti a raccontare la sua vita e il suo lavoro grazie ad una serie di interviste e filmati inediti. Che tipo di lavoro c’è stato in sala di montaggio con una tale mole di materiale a disposizione?

Sono dipeso molto dall’aiuto dei montatori che mi hanno permesso di dare forma a tutto quel materiale. E in un certo senso abbiamo avuto uno scambio continuo durante tutta la lavorazione. Un gruppo di sei persone, tra montatori, produttori e me incluso, che guardava determinate scene per poi discuterne e confrontarsi con il team di ricerca – “Cos’altro avete?”, gli domandavamo, “Che ne dite di quest’idea?” – in un moto di curiosità che cercava di scavare sempre più a fondo. Abbiamo continuato a leggere, approfondire, cercare materiale e rivedere le sue interviste fino all’ultimo. Poi abbiamo iniziato a condividere il nostro lavoro con piccoli gruppi di spettatori per capire cosa imparavano e provavano loro da quello che gli mostravamo. È stato un percorso lungo, basato su processi diversi, e sempre votato all’approfondimento.

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Una scena del documentario

Nel documentario viene mostrato molto della vita e della personalità di Pavarotti, anche di come il suono della guerra abbia influenzato le sue scelte future. Cosa l’ha colpita maggiormente di lui?

Senza dubbio quando, da bambino, ha rischiato di morire. Un’esperienza che l’ha formato profondamente. Per questo non voleva perdersi nulla, voleva godersi la vita. Allo stesso tempo, però, sapeva di dover lavorare duramente. Sentiva la responsabilità di quello che stava facendo e di dover rispettare l’opera. Inoltre non voleva perdere l’opportunità di esplorare il mondo nella sua grandezza. È per questo che andava in Cina, in Amazzonia o si era prodigato per Sarajevo e in quel tipo di progetti. Aveva appetito per il cibo, l’amore, l’opera ma anche per la vita e il mondo che lo circondava in un modo molto serio.

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Lady D e Pavarotti

In che modo l’opra l’ha aiutato a capire meglio Pavarotti, la sua vita e le sue scelte?

È una domanda che mi sono posto anch’io. Ha vissuto una vita molto operistica in cui non è mancata la componente drammatica. Non potevo non chiedermi se fosse stato influenzato da questo aspetto nel suo lavoro e sono certo che in determinati momenti della sua vita le Arie che cantava riflettevano quello che provava. Per questo ho cercato di trovare filmati di performance in cui i temi delle opere rispecchiassero il suo stato d’animo. Sono convinto che non si stesse solo esibendo stesse esprimendo se stesso e fosse emozionato all’idea di poter condividere quel suo sentire con il pubblico.

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Un’immagine del documentario

Pavarotti ha provato tutta la vita a rendere l’opera democratica collaborando con pop star come le Spice Girls o Bono. Secondo lei oggi cosa avrebbe fatto?

Sono certo che avrebbe continuato a cercare una connessione tra questi due mondi muovendosi tra performance tradizionali e l’opportunità di collaborare con esponenti della musica leggera. Una realtà che lo arricchiva e che gli permetteva di raccogliere soldi per la sua Fondazione. Credo, inoltre, che questi esperimenti fossero divertenti ed eccitanti per lui e che gli dessero la possibilità di confrontarsi con artisti di generi differenti. Non credo che avrebbe abbandonato l’opera classica ma che avrebbe esteso il suo raggio d’azione continuando ad esplorare come ha fatto per tutta la sua vita.

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