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20 anni dopo | Requiem for a Dream e le paranoie di una generazione distrutta

Il cult di Darren Aronofsky compie vent’anni e, rivendendolo, la morsa emotiva è ancora feroce

Requiem for a Dream
Requiem for a Dream

MILANO – Se Allen Ginsberg aveva cantato la beat generation, Darren Aronofsky, con la sua seconda opera dopo π – Il teorema del delirio, ha cantato la paranoia e lo smarrimento di un’altra generazione, quella della gioventù tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila. Requiem for a Dream, a vent’anni dalla sua uscita il 6 ottobre 2000, è ancora un monumento del cinema americano di inizio millennio. Un viaggio nella psiche umana attraverso la dipendenza dei suoi quattro protagonisti: Harry, Marion e Tyrone immersi nel tunnel dell’eroina, Sara assuefatta dai programmi televisivi. Interpretati rispettivamente da Jared Leto, Jennifer Connelly, Marlon Wayans e Ellen Burstyn, rappresentano quello che l’inizio del secolo tentava disperatamente di superare. Droga e televisione.

Requiem for a Dream
Jared Leto e Jennifer Connelly

Nei decenni precedenti l’eroina aveva messo fine alle vite di tante personalità di spicco, per non parlare di milioni di giovani ragazzi e ragazze che erano caduti nelle sue maglie. La televisione, invece, è una droga tutta moderna, il nuovo baluardo di una società di consumatori seriali.
Che cosa rimane, allora, vent’anni dopo, di questo cult? Rimangono la sua morsa psicologica e la sua potenza emotiva che colpiscono ancora come se lo si vedesse per la prima volta. Rimane la visione realistica e cruda di quelli che sono gli effetti della droga. Rimane l’immagine di una società frammentata e allo sbaraglio, quella solitudine e quello smarrimento che avevamo già visto un anno prima in Matrix, un essere umano fondamentalmente solo con sé stesso, immerso in una routine dalla quale non c’è scampo.

Darren Aronofsky e Jennifer Connelly sul set di Requiem for a Dream
Darren Aronofsky e Jennifer Connelly sul set di Requiem for a Dream

Aronofsky è riuscito a portare sullo schermo il dramma di una generazione che non riesce a trovare un sogno, uno scopo, un fine a cui tendere, e allo stesso tempo di una società sottomessa, incapace di porre un freno al suo bisogno di consumare, di passare sempre al nuovo prodotto, al nuovo programma, alla nuova pillola da digerire. Si riassume tutto in un dito che conta le pasticche, in un pacchetto di polvere bianca nascosto furtivamente, in una pupilla di un occhio azzurro che si dilata all’improvviso. Requiem for a Dream è il grido di un regista, diventato uno fra i più rappresentativi della cinematografia americana, che estremizza e allo stesso tempo descrive la sua realtà, che ammonisce e allo stesso tempo infierisce sui suoi simili creando un senso di disillusione e fantasia tremendi, qualcosa della stessa materia di cui sono fatti gli incubi.

Requiem for a Dream
Una delle scene iconiche del film

Un risultato quasi viscerale che non si limita a mostrare gli effetti della droga, ma crea un senso di vero e proprio disgusto fino alla fine, che sentiamo nello stomaco come se lo stessimo vivendo in prima persona. È più un’esperienza che un vero e proprio film, e forse uno degli aspetti più incredibili è l’estremo controllo che Aronofsky ha su tutta questa pazzia. È un dramma, un coming of age in negativo, ma è terribile e snervante più di un horror. Requiem for a Dream non è decisamente il tipo di film che si riguarda volentieri una volta all’anno, forse lo si rivede a distanza di anni dopo la prima volta o forse anche mai più. Ma di certo è un film che non si dimentica mai.

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