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Renato De Maria: «Lo Spietato? La mia lettera d’amore ai poliziotteschi italiani»

I B-movies, la cronaca nera, l’ironia, la colonna sonora: il regista racconta a Hot Corn il suo nuovo film

Riccardo Scamarcio e Renato De Maria sul set de Lo Spietato

MILANO – «Il vero spietato? È il regista, disposto a tutto per realizzare il suo film». Parola di Renato De Maria che, dopo il passaggio in sala – solo l’8, 9 e 10 aprile – è ora protagonista su Netflix con Lo Spietato. Il film, ispirato a Manager Calibro 9 dei due giornalisti di cronaca nera Luca Fazzo e Piero Calaprico che «attraverso un personaggio realmente esistito, il primo pentito di ‘Ndrangheta, ricostruisce un’epoca importante della malavita milanese e di trasformazione della città con l’arrivo al Nord di quella fetta di criminalità». Protagonista assoluto il Santo Russo di Riccardo Scamarcio con cui il regista attrversa oltre vent’anni di storia italiana grazie all’ascesa e discesa umana e criminale dell’uomo. Tra la vita nell’hinterland, “l’Università di Buccinasco” e il riflesso dorato della Madunina del Duomo, Lo Spietato è anche l’occasione per De Maria di rendere omaggio ai poliziotteschi italiani degli Anni Settanta, come ha raccontato a Hot Corn il regista.

Un ciak dal set del film

MILANO DA BERE «Mi interessava l’ascesa e la discesa di questo gangster, il racconto della Milano degli Anni Settanta e Ottanta e un certo tono comedy che avrei potuto dare al film grazie all’innesto su questa base cronachistico/giudiziaria del poliziottesco, una mia grande passione. Avevo appena finito Italian Gangsters, un documentario poi andato a Venezia, e per montarlo avevo scomposto e ricomposto le strutture narrative e le sequenze di una trentina di B-movies italiani da Umberto Lenzi a Fernando di Leo, da Mario Bava con Cani Arrabbiati e Ruggero Deodato. Ho avuto il desiderio di concepire il poliziesco in quanto racconto di genere ma anche con un tono un po’ esasperato e comedy. Siamo partiti dai fatti per poi costruire dei personaggi totalmente figli del cinema. Quindi sì, il personaggio di Santo e quelli che lo circondano sono tratti da una storia vera ma totalmente figli del linguaggio cinematografico da cui ho attinto».

Riccardo Scamarcio e Renato De Maria sul set del film.

LA COMMEDIA «L’aspetto comedy? Me l’ha ispirato il fatto che lui si credeva un imprenditore perché vissuto nella Milano degli Anni Ottanta, quella degli degli yuppies e del culto dell’imprenditore che fa i soldi, che ce la fa. Per conquistare Milano ha anche accesso, grazie a una storia d’amore con una gallerista d’arte, ai salotti milanesi altoborghesi. Ed è lì che si crea un crash culturale molto divertente».

Una polaroid dal set de Lo Spietato condivisa da Renato De Maria su Instagram

UN PERSONAGGIO CAMALEONTICO «Santo smette di parlare calabrese da subito, in qualche modo tradisce la sua radice anche se ha una moglie calabrese per mimetizzarsi. È un animale che vuole sopravvivere e vuole tutto dalla vita. È come se fosse nato con il biglietto di seconda classe e dicesse: “No, io voglio stare in prima”. Per fare questo deve bleffare continuamente, mimetizzarsi E fingere di essere quello che non è».

Riccardo Scamarcio sul set de Lo Spietato

LA COLONNA SONORA «Io e Riccardo (Sinigallia, ndr) abbiamo lavorato insieme. Ovvio che quando si realizza una colonna sonora è il musicista l’artista principale, ma è chiaro anche che deve ragionare insieme al regista su che tipo di film e sonorità si voglia fare. Il punto di partenza sono state le colonne sonore di poliziotteschi. Da Piero Umiliani a Stelvio Cipriani, ho realizzato una playlist dei pezzi delle score che più mi piacevano e un’altra con brani più da jukebox che contestualizzavano l’epoca. Riccardo è un musicista di grandissimo talento e ha fatto una colonna sonora che va oltre il genere, ricca anche di sonorità molto moderne. Una rivisitazione moderna della colonna sonora italiana Anni Settanta».

LA RICOSTRUZIONE STORICA «Abbiamo fatto una ricostruzione cinematografica di quell’epoca, ci ha preso un anno, e la cosa che non mi sarei mai potuto perdonare era l’inesattezza. Abbiamo lavorato sia sulle automobili, scegliendo accuratamente i modelli anche delle auto parcheggiate, e poi abbiamo fatto una lunga ricerca delle Maison Versace e Armani. Abbiamo consultato molti libri, tutti i numeri di Vogue di quegli anni e poi siamo andati anche negli archivi Mazzini, vicino a Faenza, dove un collezionista ha raccolto in container enormi migliaia di capi dagli Anni Settanta, creando così una collezione di inestimabile valore. Invece, per le camicie Versace che non si trovano più, siamo dovuti andare da dei collezionisti e affittarle mettendo una cauzione dato che ora qui pezzi originali hanno un altissimo valore. Per esempio, in una scena, c’era un vestito di Versace a cui eravamo interessati e che se avessimo comprato ci sarebbe costato 50.000 €».

Riccardo Scamarcio in una scena del film

NETFLIX «L’arrivo di player internazionali che permettono di mostrare il tuo film in tutto il mondo è una vertigine. Sapere che il tuo film verrà visto in Giappone, nelle Filippine, in Argentina o in Cile è una trasformazione tecnologica infinita e credo sia una rivoluzione appena iniziata. È chiaro che in tutto questo bisognerà trovare un posto anche per la sala perché il cinema in sala è un luogo assolutamente unico. Ma come dire di no a una possibilità così enorme? Il regista, in fondo, è il vero spietato, disposto a tutto per realizzare il suo film. E chiaramente avere una potenzialità così grande in un mercato così asfittico come quello italiano porta anche ad una possibilità creativa di pensare in grande».

Qui potete vedere il  trailer de Lo Spietato:

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