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Vent’anni dopo cosa resta delle Ragazze interrotte di Winona Ryder?

Una storia senza tempo che ha saputo confortarci quando ne abbiamo avuto bisogno

ragazze interrotte

MILANO – «Avete mai confuso un sogno con la vita? O rubato qualcosa pur avendo i soldi in tasca? Siete mai stati giù di giri? O creduto che il vostro treno si muovesse mentre invece era fermo? Forse ero pazza e basta, forse erano gli anni ’60 o magari ero solo una ragazza interrotta». Sono passati vent’anni da quel viaggio in taxi verso il Claymoore Hospital (il film arrivò in Italia il 24 marzo 2000). Sul sedile posteriore la Susanna Kaysen di Winona Ryder – capelli cortissimi, maglia a righe e una sigaretta tra le dita – protagonista di Ragazze interrotte di James Mangold.

ragazze interrotte
Susanna secondo Taylor Shilling

Il film tratto dall’omonimo memoir della scrittrice Susanna Kaysen che, nel 1967, firmò per entrare in un ospedale psichiatrico convinta di doverci restare un paio di giorni per un incidente con della vodka e un flacone di aspirina per uscire, invece, un anno e mezzo dopo. Pubblicato nel 1993, una copia del libro finì nelle mani della Ryder all’epoca ventunenne. Solo un anno prima, al culmine di un periodo di depressione culminato con la rottura con Johnny Depp, aveva lei stesso trascorso una settimana in una struttura per tenere a bada ansia e insonnia come raccontato al New York Times.

ragazze interrotte
Susanna, Lisa, Georgina e Daisy

Quella lettura consigliatale dal padre la colpì al punto da cercare di ottenerne i diritti. Peccato che ci avesse già pensato il produttore Douglas Wick. La Ryder così lo contatto per convincerlo a lavorare insieme al progetto. Niente di più facile se sei l’attrice simbolo di quel decennio, tra Edward mani di forbici, Piccole donne e Giovani, carini e disoccupati. Ora bisognava solo trovare il regista. Anche qui c’è lo zampino dell’attrice che, dopo aver visto Dolly’s Restaurant, convinse uno scettico Mangold a dirigere il film.

Illustrazione di eastleepdrawjpg

Un racconto incastonato in un preciso periodo storico – tra l’ombra della guerra del Vietnam sullo sfondo, la cultura hippy e il razzismo – ma che tratta tematiche ancora così attuali da restare, a vent’anni di distanza, moderno. Ci vollero sette anni per portarlo sul grande schermo e quando uscì in sala le reazioni della stampa furono miste con la stessa Susanna Kaysen che criticò Mangold per aver aggiunto e drammatizzato dei passaggi non contenuti nel libro e applaudito le interpretazioni del cast tutto al femminile – «Sembravano un vero gruppo e questo mi ha reso felice» – in cui spiccano la Lisa di Angelina Jolie grazie alla quale vinse un Oscar, una giovanissima Elizabeth Moss nel ruolo di Polly e Brittany Murphy in quello di Daisy, con il quale condividerà una tragica fine.

Lisa secondo Hanna Lisowka

«Spero che gli adolescenti che si sentono soli là fuori vedano questo film e dicano “Grazie a Dio”», dichiarò la Ryder nel 1999, «Perché film come questo non sono proposti, e voglio farlo io. Se avessi visto questo film a 19 anni, mi sarei sentita molto confortata… La vita è strana. La vita è un disastro Questo mondo è un casino… È normale sentirsi pazzi, in un certo senso». Perché il grande merito di film – oltre ad aver parlato apertamente di malattie mentali – è quello di aver saputo raccontare attraverso le sue protagoniste un sentire che, prima o poi, abbiamo provato tutti nella vita. Spaesati, senza una direzione o risposte, fragili e confusi.

Illustrazione di Cristina Zalava

Ragazze interrotte ha saputo confortarci quando ne abbiamo avuto bisogno. Proprio come fa la protagonista imbracciando una chitarra e canticchiando Downtown di Petula Clark per Polly. Perché il film attraverso Susanna, Lisa e le altre pazienti del Claymoore Hospital ha raccontato una storia senza tempo che parla di sentimenti senza tempo. «La follia non è essere a pezzi o custodire un oscuro segreto. La follia siete voi o io, amplificati».

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