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Ligabue e quel miracolo chiamato Radiofreccia

La provincia, il rock, i sogni e la nostalgia: un film di vent’anni fa invecchiato benissimo

A molti sarà risultato antipatico Luciano Ligabue: un’opera prima, prodotta dalla Fandango di Domenico Procacci, che poteva vantare da subito l’attore italiano emergente del momento, quel Stefano Accorsi che aveva già fatto innamorare adolescenti (e non solo) in Jack Frusciante e nella pubblicità del Maxibon. Dopo il botto commerciale dell’album Buon compleanno, Elvis Luciano sembra onnipotente: non basta il bel libro di racconti Fuori e dentro il borgo, ci mancava anche il miglior film d’esordio italiano di tutti gli anni Novanta. Nel 1998 Ligabue raggiunge probabilmente il suo apice artistico e musicale: con Radiofreccia esaurisce i suoi sogni di rock’n’roll, la sua poetica da Bruce Springsteen della pianura padana incrocia miracolosamente, e una volta per tutte, quella pazza voglia d’America con un immaginario comunque genuino, italianissimo, nazionalpopolare.

Vent’anni dopo la sua uscita, ci accorgiamo di nuovo quanto fosse bello e autentico Radiofreccia: gli anni Settanta, la musica, l’eroina, le ragazze, gli amici, il bar come centro dell’universo, sono raccontati con una freschezza e un’energia che nessuno è più stato di replicare. Quello che oggi impressiona ancora è la potenza della scrittura: riascoltate il celebre monologo di Accorsi al microfono, con cuffie e “paglia”, talmente bello e sinceramente pop da risultare imbarazzante. Ma riascoltate anche l’impietoso ritratto da italiano medio del personaggio di Boris, interpretato da un grande Roberto Zibetti (Quelli come te sposano sempre quella che hanno conosciuto alle medie… le barzellette al bar in dialetto, e l’italiano davanti al capo). Non è un caso che proprio nella colonna sonora si trovino due delle canzoni più amate e commoventi del rocker di Correggio: Ho perso le parole e Metti in circolo il tuo amore attestano il crocevia, il momento di passaggio tra la nostalgia di provincia e i boati negli stadi, tra il calcio balilla e i record di vendite, tra il palco e una realtà che pian piano gli sfuggirà di mano.

Gli stessi passaggi strumentali sono da brividi, provenienti da quel mondo a cui Liga ha sempre desiderato appartenere: le highways senza confini, il viaggio come condizione dell’anima, l’universo mentale di Wim Wenders.
Dopo Radiofreccia, lo sappiamo bene, Luciano è cambiato: addio ai perdenti seduti in riva al fosso, ora è più sicuro viaggiare in prima. Ma è dietro la macchina da presa che il Liga recupera il suo amore per il fattore umano e per la sua adorata, malinconica, Emilia Romagna: Da zero a dieci è una seconda prova sottovalutata, Made in Italy è un fragile e struggente ritorno a casa. Roots Bloody Roots.

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