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Russell Crowe, il Colosseo e quel gladiatore capace di rialzarsi sempre

Nonostante i crolli, nonostante i flop e i passi falsi, tra A Beautiful Mind, il Colosseo e Al Pacino

Il Gladiatore
Il Gladiatore: Russell Crowe nel ruolo di Massimo Decimo Meridio

MILANO – Anche i gladiatori piangono. Oppure sono costretti a un’asta del divorzio per pagare le spese della separazione dalla ex moglie, vendendo oltre 200 costumi, oggetti di scena, chitarre, moto d’epoca, quadri d’autore e gioielli. Ma perché vogliamo tanto bene a Russell Crowe, avent’anni dall’uscita de Il Gladiatore? Proprio perché non ha mai nascosto sconfitte e vulnerabilità, che hanno spesso accompagnato le sue grandi prove d’attore. E poi per il fascino irresistibile di un uomo che un tempo è stato sex symbol e che oggi non ha paura di mostrare i segni sul volto e il peso – anche in senso letterale – di una carriera contrassegnata da soddisfazioni e da delusioni, dentro e fuori dal set, dovute al carattere non facile di un uomo a volte buono, a volte ruvido, che lo ha condotto a qualche episodio spiacevole (l’arresto a New York nel 2005, dopo aver scaraventato un telefono addosso al portinaio di un hotel).

Sul set de Il gladiatore con Ridley Scott. Era il 2000.

Un Oscar per il kolossal epico di Ridley Scott del 2000, che compie vent’anni proprio ora, e sembra ieri, ma anche due nomination per film memorabili come Insider di Michael Mann – a fianco di Al Pacino, forse uno dei suoi capolavori – e A Beautiful Mind di Ron Howard. In fondo, basterebbero queste tre interpretazioni (e non citiamo volontariamente L.A. Confidential…) per collocare Crowe immediatamente nell’Olimpo dei più grandi di sempre a Hollywood e dintorni. Massimo Decimo Meridio, Jeffrey Wigand, John Nash: tre uomini diversissimi, anche in maniera fisiognomica, che attraversano l’inferno e riescono a uscirne grazie alla forza di volontà e a un coraggio indomito.

Dolente, sconfitto, invecchiato: in Insider di Michael Mann.

Ma cosa accomuna quasi tutti i personaggi di Crowe? Una vera e propria morale, orgogliosamente maschile, affettuosa e brutale: pensiamo anche alla testardaggine del capitano Jack Aubrey di Master & Commander, oppure alla polvere che respira il pugile Jim Braddock di Cinderella Man che, devastato dalla povertà nel periodo della Grande Depressione, trova la forza per sconfiggere il campione del mondo Max Baer.

Nel sottovalutato Padri e figlie di Gabriele Muccino, 2015.

E no, non vanno dimenticati neppure i passi falsi: American Gangster non è quel capolavoro che era lecito aspettarsi, Robin Hood si è dimenticato in fretta, Noah è un delirio “aronofskyano” senza controllo, nonostante qualche momento di grande cinema. Meglio allora il fragile e sottovalutato (sottovalutatissimo, troppo) Padri e figlie di Gabriele Muccino, dove Crowe è lo scrittore Jake Davis, in lotta con i propri demoni, i propri fantasmi e le difficoltà economiche, soltanto in nome dell’amore per una figlia verso la quale proverà sempre un eccessivo senso di colpa. Passano gli anni, ma Russell è ancora in piedi, alternando blockbuster e buddy movie nostalgici e divertenti (The Nice Guys), serie TV e indie (The Kelly Gang), ma soprattutto continuando a insegnare a tutti la lezione più importante: la vita è rialzarsi dopo le cadute.

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