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Pasquale Catalano: «Io, Ozpetek e quella colonna sonora di Michael Nyman…»

La Dea Fortuna, l’America e il peso della responsabilità: il compositore si racconta a Hot Corn

pasquale catalano

MILANO – Quando risponde alla nostra chiamata sentiamo della musica in sottofondo. «Sto scrivendo», ci dice Pasquale Catalano, «Noi compositori abbiamo due cose che ci aiutano. La prima è la capacità d’astrazione, la seconda è che, lavorativamente, i nostri rapporti sociali non sono così ampi. Per il resto siamo soli a scrivere. In questi giorni è un vantaggio psicologico. Nel nostro settore lo smart working è la regola (ride, ndr)». Con oltre vent’anni di carriera in cui ha legato il suo nome a grandi autori, da Paolo Sorrentino – per Le conseguenze dell’amore – a Stefano Sollima – Suburra – questa volta Pasquale Catalano ci racconta la colonna sonora de La Dea Fortuna di Ozpetek appena uscito in digitale (lo trovate su CHILI). Ma con il compositore abbiamo parlato anche del ruolo della responsabilità, dell’Oscar di Hildur Guðnadóttir per Joker e di quella volta che ascoltò per la prima volta Michael Nyman su I misteri del giardino di Compton House

LA DEA FORTUNA «Come scelgo uno strumento rispetto all’altro? Fondamentalmente per istinto.  Ma sicuramente ho una predilezione per una scrittura orchestrale e quella degli archi. Al cinema le cose devono funzionare. Una lezione che con Ozpetek si impara subito. Bisogna avere un’immediatezza. Ne La Dea Fortuna ci sono tre canzoni molto importanti e quel tipo di linguaggio era già affrontato da un altro punto di vista. Io volevo staccarmi dal lato più ritmico. Proprio il brano La Dea Fortuna, presente nella colonna sonora ma non nel film, è stato inserito nel disco perché d’ispirazione per tutte le musiche e declinato in modi diversi nel corso del film. Quando Ferzan lo ha ascoltato mi ha detto: “Ecco, questo è il film”».

FERZAN OZPETEK «Ferzan è la guida perfetta, anche se c’è una grande fiducia nei montatori. Ma alla fine è il suo fiuto a prevalere su tutto. Ha un istinto che funziona davvero molto bene e che lo porta, magari anche all’ultimo momento, a cambiare di qualche fotogramma l’ingresso della musica. Poi, in generale, il rapporto con i montatori è fondamentale. Insieme al regista sono i due metronomi che regolano il ritmo del film».

Pasquale catalano
Ferzan Ozpetek sul set de La Dea Fortuna. Qui alla quinta collaborazione con Pasquale Catalano.

LA VERSIONE DI BARNEY «Era il 2010. Susan Shipton, la montatrice, era a Toronto, Richard J. Lewis, il regista, era a Los Angeles, e io ero a Roma. Ci vedevamo via Skype quasi tutti i giorni. Il sistema produttivo americano prevede una presenza minore del compositore rispetto a noi. Non è una figura autoriale a tutto tondo. Dà le linee guida, magari scrive il tema principale poi però ci sono squadre di arrangiatori. La realizzazione della colonna sonora esce quasi dal suo controllo. Quel film per gli americani è considerato quasi d’élite, anche se i numeri sono diversi dai nostri, per cui c’era una certa libertà. La grande differenza? Tutto può essere cambiato fino all’ultimo momento. Sono andato in sala di missaggio per seguire il suono globale del film, cosa che faccio sempre e che per loro era una novità assoluta, e ricordo che mentre ero lì entravano per chiedere delle modifiche. E non perché era stato il produttore a deciderle ma perché, magari, avevano fatto uno screening del film. La dittatura non è quella del produttore ma degli spettatori».

L’ASSOCIAZIONE «Faccio parte dell’Associazione compositori musica per film (ACMF). È nata due anni fa e al suo interno ci sono tutti i compositori italiani, da Ennio Morricone, che ne è Presidente, a Nicola Piovani. Essendo cambiato il mercato ormai non ci sono più gli editori musicali puri e vorremmo che la musica facesse parte, così come accade negli Stati Uniti, del budget del film. In America il 4% del budget di un film è investito per la musica, sia originale che di repertorio. Noi puntiamo ad un 2 o 3%. Stiamo cercando una collaborazione con produttori e Ministero per fare in modo che possa succede, per avere più libertà e, soprattutto, per tornare a lavorare con i musicisti italiani, per non essere costretti, per problemi di budget, ad andare a registrare all’estero. Purtroppo si sta spegnando la catena che c’era dietro di noi: sale d’incisione, musicisti, orchestre. Fa parte dei paradossi italiani. I musicisti non trovano lavoro e se ne vanno all’estero e noi siamo costretti ad andare all’estero per registrare».

LE COMPOSITRICI «Hildur Guðnadóttir ha fatto forse la più bella colonna sonora nominata agli Oscar dai tempi de Lo Squalo. Sono felicissimo che abbia vinto. Aveva già fatto dei lavori molto belli, come le musiche di Chernobyl. Ha portato all’estremo il concetto del suono come musica, senza però fare sound design. Il suo lavoro ha una capacità narrativa, drammaturgica anche all’interno dei lavori che fa sui suoni. Noi nell’associazione abbiamo solo quattro compositrici, eppure di direttrici d’orchestra ce ne sono, invece, diverse. Nel cinema ci sono molte montatrici, ma non si capisce perché non ci siano compositrici. Non ce lo spieghiamo neanche noi e ci auguriamo arrivino, anche perché ascoltandone alcune che lavorano, come Silvia Colasanti e Lucia Rochetti, adesso abbiamo visto che c’è uno sguardo differente. Non saprei dire se è un approccio di genere, non sono in grado di teorizzare un’estetica musicale femminile».

LA RESPONSABILITÀ «La Dea Fortuna è stato visto al cinema quasi due milioni di persone. Un numero enorme. Senti una responsabilità da musicista. Oggi me la pongo ancora di più perché sto lavorando alle musiche di una serie di Rai Uno, Il Commissario Ricciardi, adattamento dei romanzi di Maurizio De Giovanni. Sarà un prodotto di punta che raggiungerà molte persone. Una parte potrà anche essere distratta ma potenzialmente è un pubblico enorme. Come, inconsapevolmente, avevamo fatto con Romanzo Criminale. Non immaginavamo avrebbe avuto quel successo ed è stata la prima grande serie italiana, dopo La Piovra, trasmessa in tutto il mondo. Oggi con la serialità, da ZeroZeroZero a Suburra, sai che il tuo pubblico è di centinaia di milioni di persone. E io non riesco a rimanere indifferente. Il mio maestro di musica diceva che come musicista avevo anche una responsabilità sociale. Sapere di lavorare a certi progetti, con certe persone ti fa scattare stimoli in più. E poi bisogna avere sempre umiltà. Una dote che ho imparato lavorando proprio con Ferzan».

LA RIVOLUZIONE «Scegliere un compositore o una colonna sonora preferita? Impossibile (ride, ndr). Ce ne sono cinquanta, cento… però mi aspetto sempre che la colonna sonora che mi colpisca di più sia la prossima. Ma sono almeno trentacinque anni che non c’è una svolta estetica vera nella musica per il cinema. Di quelle che cambiano l’immaginario collettivo come quelle di Sergio Leone e Morricone, di John Cage e Nino Rota. L’ultima bomba, grande e bellissima, che c’è stata la fatta esplodere Peter Greenaway con I misteri del giardino di Compton House. È stato il binomio Michael Nyman/ Greenaway che ha sconvolto la musica per film. E tutta la nostra generazione non avrebbe scritto musica e forse non sarebbe neanche stata scelta se non ci fossero state quelle composizioni che hanno cambiato tutto nell’estetica, nel rapporto musica e immagine. Da allora non c’è stato più nulla che abbia fatto qualcosa di così potente. “La crisi è quando il passato è ormai passato ma il nuovo ancora non si presenta” diceva Gramsci. Manca una grande novità che venga applicata ad un film mainstream che rompa completamente gli schemi».

LA PLAYLIST IDEALE «La mia playlist? È schizofrenica. Ascolto tutto. Sarebbe meglio dire che escludo qualcosa. Tutto quello che è una bella forma di comunicazione ma che non ha nulla a che fare con la musica, dal rap alla trap. Ascolto dai minimalisti al rock classico fino al punk, i Nine Inch Nails, Kate Bush, Peter Gabriel… Sono onnivoro».

  • La Dea Fortuna | Amore, passione e vita: il grande ritorno di Ferzan Ozpetek

Qui l’intervista nella nostra redazione a Ozpetek e Edoardo Leo:

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