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Nico, 1988 | Il rock, la necessità del fallimento e l’eternità del mito

Rock e vita, tra Anzio e Ibiza. Perché (ri)scoprire in streaming il biopic di Susanna Nicchiarelli

Nico-1988-Nicchiarelli
Trine Dyrholm è Nico in una scena di Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli.

MILANO – Nico che volta le spalle e se ne va. Nico che registra tutto. Nico che uccide il passato. Nico in fuga da Andy Warhol e dagli anni Sessanta. Nico che ascolta sogni e incubi. Nico che cerca di ritrovare Christa Päffgen, la bambina di Berlino che vedeva luci lontane e assaggiava il sapore della sconfitta. Ci sono film che durano il lampo di un momento, tengono l’uscita in sala e svaniscono, e poi ce ne sono altri che crescono con il tempo, si solidificano con gli anni, incuranti di quello che accade attorno. Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli – che arriva ora in streaming su CHILI – appartiene alla seconda categoria, un’opera di bellezza imperfetta e magnetica, un biopic dissonante capace di rimanerti addosso anche ad anni di distanza dalla visione. Come un ritornello, come una canzone.

Nico 1988
Trine Dyrholm durante le prove in una scena del film.

Rigoroso, solido, potente, Nico, 1988 a tratti sembra un film inglese, soprattutto nei duetti (e nei duelli) tra Nico e il manager Richard, interpretato da un grande John Gordon Sinclair. Edificato interamente attorno alla prova ai limiti dell’incredibile di Trine Dyrholm, minuto dopo minuto il film si trasforma in opera rock che più che ai biopic made in Hollywood (da Judy Garland aka Zellweger in giù), fa pensare a qualcosa d’altro, di lontano. Per esempio? A Control di Anton Corbijn, il film su Ian Curtis dei Joy Division, oppure a Jimi: All Is By My Side di John Ridley su Hendrix, cinema che prova a raccontare i confini labili tra vita e musica, suono e sogno, che cerca di entrare dentro la durata di una canzone, dentro esistenze guidate, salvate e segnate dalla musica. Facile? No, affatto, ma a volte l’ambizione del provarci vale l’intero viaggio.

Nico, 1988
Nico e il manager: John Gordon Sinclair.

Non cercate però qui dentro la Nico dei Velvet Underground, la musa di Warhol e banalità varie su icone pop e effetti vintage, perché non ci troverete nulla, anzi, ci troverete l’esatto opposto, il viaggio di una donna che mostra il dito medio al mondo e non se ne cura, qualcosa che ha anche a che fare con il sabotaggio di sé. Un’immagine forte, che è qualcosa di sano e vitale, soprattutto oggi, specialmente oggi, persi in un questa caotica era social, ossessionati dai click, dai numeri, dalla massa, dal mainstream a tutti i costi. Ed ecco allora che il messaggio di Nico, 1988 viene amplificato e proprio ora diventa più attuale che mai perché racconta una cosa semplice, ma complicata: non serve piacere per forza a tutti. Mai. Perché piuttosto che seguire l’applauso è meglio seguire se stessi.

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