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Niccolò Ammaniti: «Anna? La mia storia di speranza, tra adolescenza e memoria»

Il virus immaginario e il Covid, i ricordi e la fantasia: il regista racconta la sua serie. Dal 23 aprile su Sky

Niccolò Ammaniti

ROMA – A tre anni di distanza da Il Miracolo, serie con cui debuttava dietro la macchina da presa, Niccolò Ammaniti si confronta in Anna – serie Sky Original i cui episodi saranno disponibili dal 23 aprile su Sky e NOW TV – con la prima trasposizione di un suo romanzo (edito da Einaudi). Oltre alla regia, Niccolò Ammaniti firma anche la sceneggiatura a quattro mani con Francesca Manieri di una fiaba per adulti che narra l’incredibile storia di Anna (l’esordiente Giulia Dragotto), adolescente chiamata a intraprendere un viaggio fra le rovine della civiltà che fu, spazzata via da un virus che ha ucciso tutti gli adulti, in cerca di un futuro possibile per sé e per il fratellino Astor. Una storia di speranza e crescita che, visti i temi trattati, ha anche una forte valenza attuale legata alla pandemia ma che, a ben guardare, va oltre per parlare dell’importanza della memoria e del passaggio dall’adolescenza all’età adulta come ha raccontato lo stesso regista durante la conferenza stampa di presentazione via ZOOM.

Niccolò Ammaniti
Elena Lietti, Giulia Dragotto, Niccolò Ammaniti e Roberta Mattei durante la conferenza di Anna

LA TRASPOSIZIONE «Dopo aver chiuso il romanzo ho passato anni a continuare a pensare questa storia. Mi ero molto concentrato su Anna come protagonista e nel vedere la storia di questa ragazzina che si trova in un nuovo mondo, come lo affronta, come diventa madre senza esserlo, cosa immagina del futuro, come riesce a superare i limiti di questa strana esistenza che ha davanti. Più passava il tempo e più altre storie emergevano nella mia testa, al punto che a un certo punto ne ho sofferto. Ho parlato con il mio editore e gli ho detto “Io vorrei scriverne una versione più lunga, vorrei aggiungere personaggi e storie”. La Picciridduna, ad esempio, è un personaggio che appare appena nel romanzo e, invece, poteva avere uno sviluppo nel passato. Però non sapevo come. Poi a Mario Gianani, che aveva preso i diritti del romanzo, gli ho proposto di trasformare il romanzo in una serie corale. Quando c’era da capire a chi affidare la regia mi sono detto che la dovevo fare io. Perché per una volta dovevo vedere se le mie storie si possono incarnare nei bambini».

Niccolò Ammaniti, Giulia Dragotto e Alessandro Pecorella sul set di Anna

LA SPERANZA «La speranza muove tutta la storia. Poi emerge e diventa una spinta propulsiva. La Sicilia è solo a un dito d’acqua dal continente. Ma quel dito d’acqua è una distanza enorme per Anna. Lei avanza nella ricerca di un varco per un futuro per lei, il fratello e l’umanità».

Niccolò Ammaniti
Niccolò Ammaniti durante la conferenza di Anna

IL COVID «La gestazione e la scrittura sono state molto lunghe perché con Francesca avevamo iniziato un abbozzo ancora prima de Il miracolo. Poi siamo partiti per un giro lunghissimo della Sicilia per capire come ambientare lì un mondo post-pandemico con la natura che si riprendeva i suoi spazi. Forse la scelta del casting è stata la fase più impegnativa. Quando siamo partiti a girare è stata molto faticosa. Avevo paura di non farcela, anche fisicamente. Abbiamo girato tra Sicilia, Lazio e Toscana. Poi, mentre eravamo a Palermo è arrivato il Covid. Si andava avanti con le riprese con difficoltà e non capivamo la gravità della situazione. Siamo stati immersi per mesi nel lavoro e poi ci siamo ritrovati nella solitudine improvvisa del lockdown. Ci vedevamo su Zoom. In quel periodo ho avuto la possibilità di lavorare da remoto al montaggio».

Niccolò Ammaniti e Lorenza Indovina sul set di Anna

LA ROSSA «Avevo lavorato tantissimo sulla malattia, la Rossa, che si manifesta attraverso delle macchie. Ho fatto fatica a capire che c’erano delle cose in comune con il Covid. Per me è stato un problema di ordine narrativo. Ho sempre avuto il problema della relazione tra bambini e adulti. Se penso a Io non ho paura, raccontavo un mondo in cui c’era una piccola società di bambini in cui gli adulti erano tutti orchi. Progressivamente in Io e te ho messo un bambino chiuso in una cantina come in una sorta di mondo perfetto in cui lui racchiudeva tutto quello di cui aveva bisogno. Poi mi sono detto: “Ok arriviamo in fondo a questa tua ossessione per l’adolescenza. Cosa vorresti?”. E volevo vedere cosa avrebbero fatto dei bambini senza gli adulti. Per farlo ho pensato a un terremoto o a una meteora, ma sono eventi che uccidono indistintamente. Io avevo studiato biologia e l’unica cosa plausibile mi sembrava un virus. Anche se ho fatto fatica quando ho scritto il libro a capire come potesse funzionare».

Giulia Dragotto in un momento della conferenza stampa

LA MEMORIA «Faccio fatica quando scrivo a dare una morale alla storia. Se c’è una morale in Anna è solo questa: cosa lasciamo ai nostri figli. Quanto il passato conta per immaginare un futuro? Non esiste un futuro se non c’è passato. Non si può vivere il contemporaneo e basta. Questo mondo di bambini ha cancellato il passato perché non ne hanno memoria. L’unica che ne ha, per certi versi, è Anna grazie al Libro delle cose importanti che le ha lasciato la madre. Lei la esorta ha continuare a leggere. Leggere è stata la luce che ha permesso a noi di sapere come vivevano gli antichi romani o gli egiziani. L’unica cosa che dobbiamo fare è ricordare cosa siamo stati ai nostri figli. Anna è proprio questo: una tradizione che viene portata avanti».

Niccolò Ammaniti
Niccolò Ammaniti sul set della serie

L’ADOLESCENZA «Quando si cresce ci perdiamo qualcosa. L’adolescenza è il momento in cui ci confrontiamo con la società, perdiamo in parte il gioco la fantasia. Io l’ho sempre sentita come una morte. E Anna in qualche modo rappresenta questo. Si varca un confine e poi c’è il nulla. C’è semplicemente il fatto di ricordare cosa siamo stati prima durante la nostra infanzia e adolescenza».

Niccolò Ammaniti dietro le quinte di Anna

ISPIRAZIONI «Ho avuto molte ispirazioni. La prima che mi ha molto colpito è un quadro di Pieter Bruegel che si chiama I giochi dei fanciulli in cui c’è una piazza con una specie di inquadratura dall’alto in cui ci sono dei bimbi che giocano a giochi violenti o che rappresentano cose che fanno gli adulti. Hanno dei volti molto seri, sembrano quasi annoiati e hanno qualcosa di adulto. Quella Prima è stat la prima impressione visiva di quello che dovevo fare. E poi anche Apocalypto e la sua cura del trucco e dei costumi che mi sarebbe piaciuto riprodurre in un mondo infantile».

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Qui potete vedere la nostra videointervista a Giulia Dragotto ed Elena Lietti:  

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