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Il tempo, il jazz e la vita dentro un lungo Assolo a Fumetti: Miles Davis

Firmata da Lucio Ruvidotti, l’opera ripercorre, tra colori ed emozioni, la storia del genio musicale

Sul comodino, quasi obbligatoriamente, bisognerebbe tenere quattro o cinque libri fondamentali. Messi lì a ricordarci quanta grandezza c’è (stata) nel mondo. L’Arte della Guerra di Tzu Sun, 1984 di Orwell, Il Giovane Holden di Salinger, qualsiasi parola di Ernest Hemingway, Dracula di Bram Stoker e sì, la biografia di una delle icone più grandi del Novecento: Miles Davis, scritta dallo stesso genio insieme a Quincy Troupe (in Italia la trovate in una splendida edizione pubblicata da Minimum Fax). Perché, fondamentalmente, Miles Davis è tutto. Il suo jazz, dal bebop al fusion, i suoi occhiali scuri, la sua tromba immortale e lucida. Le correnti musicali, fin dalla sua irruzione nei nightclub di New York nel 1944, sono state costantemente deviate dalle sue intuizioni, dal suo suono, dallo spunto rivoluzionario di un’anima tanto nera quanto luminosa. Instancabile, mobile, frenetica.

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Miles Davis, disegnato da Lucio Ruvidotti.

E che personalità enorme (del resto, è Miles Davis), aveva il più grande jazzista di tutti i tempi. «Miles, il capobanda. Fu lui a prendere l’iniziativa e a mettere le teorie alla prova: organizzava le prove, affittava le sale, assumeva i musicisti, e in generale faceva schioccare la frusta», dichiarò l’amico e musicista Gerry Mulligan. Che tempesta Miles Davis. Che furia, che meraviglia, che paura i suoi Kind of Blue, Nefertiti, Get Up With It. E, al fianco della sua biografia, lo racconta benissimo, al cinema, Don Cheadle, dirigendo (e interpretando) il bello e sincopato Miles Ahead – e lo trovate su CHILI. Gemma inedita da recuperare, per capire un po’ di più Miles Dewey Davis III. Così come andrebbe letto, tutto d’un fiato, l’opera a fumetti dell’italiano Lucio Ruvidotti, che in Miles – Assolo a Fumetti (edito dalla Edizioni BD – Collana Icone), racconta, in veri e propri assoli, tutte le sfumature del jazzista.

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All of Fame.

Nessun ordine temporale: si parte dalla cena del 1987, alla Casa Bianca, in Onore di Ray Charles, per andare nella Parigi tinteggiata di blu del 1949, tornando poi nella livida New York del 1959. Ogni capitolo, ogni brano della graphic novel, va a costituire uno spartito di quello che, alla fine, è il mosaico perfetto del Miles Davis uomo e musicista. Si cambia colore in ogni strofa (magistrale quello seppia nel Bronx del 1947), si arriva alla fine dell’opera assaporandone l’odore delle pagine, la musicalità che ne esce, l’eclettismo dei disegni, semplici ma rivelatori. È il jazz, in fin dei conti, l’elemento naturale e puro della musica, in una somma di correnti, sentimenti, emozioni.

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La rivoluzione colorata del 1969.

Quasi un flusso di coscienza cromatico, che si alterna nelle storie aperte da una quotes di Davis stesso. «Non mi piace la parola ”jazz” che ci hanno affibbiato i bianchi. E non faccio rock. Faccio il genere di musica che mi suggerisce il momento», apre l’ultimo capitolo, Violet. Oppure, prima del capitolo ‘Round Midnight, Davies, intervistato da Ben Sidran, diceva così: «Esatto, Vedi, ci vuole tempo per evolvere. Capisci cosa voglio dire?». Ed è proprio il tempo – musicale, reale, ideologico – che Miles Davis è riuscito a sconfiggere. Per lui, non esisteva. Suonava, viveva, combatteva. Non c’era tempo che lo potesse fermare, era al di sopra delle regole. Un po’ come Neil Armstrong e Buzz Aldrin sulla Luna. Niente lancette, ma solo il presente assoluto. Questo, viene fuori dai disegni e dai testi di Ruvidotti. Questo, era Miles Davis. Partito da St. Louis per arrivare, in un attimo, fino alla volta celeste delle divinità terresti.

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