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Michele Bravi: «Parliamone, la necessità del dialogo e il mio futuro nel cinema»

Il cantante e attore dialoga con Hot Corn tra Parliamone, cinema queer e rappresentazione nei media

michele bravi
Parliamone, musica e cinema: Michele Bravi a Hot Corn

MILANO – Michele Bravi si divide tra cinema e musica. Lo abbiamo visto (e ascoltato) al Festival di Sanremo 2022 con il brano L’inverno dei fiori e a breve lo vedremo nell’opera prima di Carolina Cavalli, Amanda, al fianco di Benedetta Porcaroli. In mezzo, tutta la sensibilità di un artista che attraverso la sua immagine e le sue parole porta al suo pubblico non solo emozioni, ma anche un’esperienza personale in cui tanti possono riconoscersi, o trovare conforto. Per questo, al fianco di Vladimir Luxuria e Charlie Moon, Michele Bravi è stato ospite dell’episodio speciale dedicato al Pride Month del format Netflix Parliamone, condotta da Pietro Turano. Una mezz’ora in cui gli ospiti hanno raccontato della propria esperienza con il coming out e con l’essere queer, creando uno spazio di dialogo attraversato anche da personaggi e serie tv. In una chiacchierata telefonica con Michele Bravi – impegnato in un lungo tour estivo dal 23 luglio al 3 settembre e reduce dall’uscita del nuovo singolo, Zodiaco –, abbiamo parlato dell’importanza di questi progetti, del cinema queer e delle sue categorizzazioni, nella speranza che presto queste non servano più.

PARLIAMONE – «Quando trovi degli interlocutori che ti danno lo spazio per approfondire, dove le persone hanno la possibilità di riconoscere le proprie storie e di dialogare con altre simili, è una cosa molto importante. Adesso, piano piano, la situazione sta diventando sempre più aperta, però c’è ancora tanto lavoro da fare. Quando sono cresciuto e dovevo capire la mia sessualità, la mia identità, non avevo degli spazi di dialogo così. E quindi tutto il lavoro è stato fatto intimamente, con la fortuna di avere una famiglia molto comprensiva, molto aperta all’accettare quello che magari non si aspettavano e quindi so di essere cresciuto in un contesto luminoso in quel senso. Però so anche che questa non è una fortuna che capita a molti perché, parlando con dei miei coetanei, so che a volte ci sono delle storie di grande dolore dietro. È importante trovare degli interlocutori che ti diano la possibilità di un dialogo».

DIALOGO – «Ci siamo io, Vladimir, Pietro e Charlie. Siamo tutte persone che ormai convivono con la loro identità, che l’hanno accettata, che ne parlano liberamente senza che si crei una frenesia interiore. Quello spazio è importante per chi guarda, per chi poi può riconoscere un pezzettino della sua storia, che può trovare lo spunto per capire e per esprimersi. Su questo Netflix è particolarmente sensibile. C’è la possibilità di creare un dialogo che ha chiaramente questo spunto egoistico – ripartire dalla propria esperienza personale – ma, in realtà, nasconde una generosità che può essere proprio quella del riconoscersi, del trovare un simile, del capire che non c’è un’unicità che spaventa ma un’unicità che, invece, può essere condivisa».

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Dal set di Parliamone: Michele Bravi, Vladimir Luxuria, Charlie Moon e Pietro Turano

CINEMA QUEER – «Su queste cose devo sempre fare un piccolo sforzo. Non sono abituato a dire: «Questo è un film gay». Quindi per me è difficile capire nella testa delle persone che cosa determini questa cosa. So che esistono queste categorizzazioni e la cosa più bella sarebbe combatterle nella misura in cui non serve darle. Nel momento in cui però c’è ancora questo schema, credo anche nella strategia del “cavallo di Troia”. Negare certi temi per abbatterli. Se in un film c’è una tematica LGBTQ+, quella cosa deve diventarne un vanto. È così che per me quella non è più un’etichetta. Non essendo cresciuto in un contesto che categorizza, per me è difficile capire cosa spinge le persone a crearle. Credo però che se le categorie sono utili alla comprensione per chi ti ascolta, per me non sono un limite. Anzi, sono una possibilità per qualcuno che si sta aprendo all’ascolto. Se, invece, quelle categorie servono per creare una scatola chiusa in un perimetro di materiale intoccabile, allora lì ho paura perché sono prigioni».

LA SITUAZIONE IN ITALIA – «C’è sicuramente tanto pregiudizio. Faccio un esempio: mi è capitato da poco di fare un film dove interpreto una persona etero. Da quando è uscita la notizia, tutti fanno riferimento a quanto sia un caso raro il fatto che una persona dichiarata possa interpretare un ruolo etero. E questa cosa per me è incredibile, perché non è nemmeno una riflessione che mi sono fatto. Però se ci sono tante persone che me l’hanno segnalato, significa che esiste un pregiudizio per gli attori dichiarati di interpretare soltanto un certo tipo di ruolo. Credo che il contesto della rappresentazione adesso si stia sbloccando un po’ ma non vuol dire che il pregiudizio non esista più. Una cosa che sottolineo tutte le volte è che non si può fare una lotta di categoria. Non si può dire adesso lottiamo per il cinema, lottiamo per la rappresentazione nei media: è una lotta generale questa, perché tutte queste categorizzazioni, tutto questo pregiudizio, nascono da un pensiero che ha la difficoltà di accettare qualcosa di diverso e quindi per me il lavoro è fatto proprio di piccoli mattoncini che piano piano si sommano».

Michele Bravi ci parla anche di The Danish Girl, interpretato da Eddie Redmayne

ATTORI E RUOLI – «In questo senso ho una visione molto più solida della creatività: cioè che proprio perché lì si parla di creatività e di talento, per me non esiste la categoria, chi deve fare cosa. Non sono contrario a un etero che interpreta un transessuale perché dietro questa sua performance c’è un talento, perché parliamo di linguaggio attoriale, non parliamo di identità di genere in quel senso lì. Poi riconosco che c’è un limite per cui certe categorie hanno più difficoltà ad emergere, ma dietro questa selezione ci deve essere sempre un talento che primeggi, per creare poi anche un contenuto creativo – che possa essere un film o un libro – che non guardi tanto a “Facciamo queste cose per sbloccare dei meccanismi”. Facciamo queste cose per chi ha talento. Mi viene in mente The Danish Girl, che è interpretato da un etero (Eddie Redmayne, ndr) ma questo film ha aiutato tantissimo la community. Lì c’è proprio un discorso di creatività che non riguarda più la politica».

CINEMA E MUSICA – «Da ormai quasi due anni ho iniziato a lavorare in maniera solida col cinema, nel senso che mi piace accettare questa creatività che non ha per forza soltanto un perimetro musicale, ma entra anche nella scrittura di altri autori, che possono essere sceneggiatori, registi e così via. E quindi entrare poi in vite che non sono la mia, in personaggi che non sono io. Questa cosa è una matrice in comune con la musica che rimanda tutto all’empatia. Accettare, comprendere ed entrare in una vita che non ti appartiene, in una mentalità che non ti appartiene. Tra poco uscirà l’opera prima di Carolina Cavalli con Benedetta Porcaroli (Amanda, ndr). Ci sono delle cose in cantiere che stiamo ancora girando, quindi ci sono tanti momenti di cinema che convivono con la musica e voglio che continuino a conviverci».

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Benedetta Porcaroli sul set di Amanda, nel cast anche Michele Bravi

COLONNA SONORA PREFERITA – «Una delle mie più grandi ispirazioni di sempre è Danny Elfman, che ha descritto tutto il mondo di Tim Burton con quell’identità musicale molto chiara, molto solida e favolistica. Danny è uno dei compositori che amo di più».

UN FILM CHE CONSIGLIO – «Mi viene in mente Annette. Definirlo musical è sbagliato perché tecnicamente non lo è, però questo film convive esattamente tra cinema, musica e teatro, in una composizione anche di immagine incredibile, perché c’è una direzione della fotografia notevolissima. E ha un cast pazzesco con un Adam Driver in una delle sue migliori performance».

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