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Matteo Martari: «L’Alligatore? Un personaggio dalle mille sfaccettature»

Tra la passione per la recitazione, il blues e l’accento veneto: l’attore si racconta a Hot Corn

matteo martari

MILANO – È la nuova serie, a metà tra il crime e il noir, che ha alzato l’asticella della qualità delle fiction italiane e ha già riscosso un enorme successo. L’alligatore, co-prodotta da Rai Fiction e Fandango, diretta da Daniele Vicari (qui la nostra video intervista) ed Emanuele Scaringi e tratta dai romanzi del grande Massimo Carlotto, si muove sulle rive del Po e nella laguna veneta per raccontare la storia di Marco Buratti – detto “l’alligatore” –, interpretato da un perfetto Matteo Martari. Ex musicista blues ed ex galeotto, è un personaggio letterario prestato al piccolo schermo molto particolare e decisamente da non perdere. Abbiamo contattato Matteo Martari per parlare del suo ruolo nella serie e della passione per la recitazione, tra i romanzi di Carlotto e le vacanze in Veneto.

L’ALLIGATORE «L’alligatore è un personaggio dalle mille sfaccettature. È un ex musicista blues che viene ingiustamente condannato a sette anni di detenzione in seguito a una scelta da lui fatta per preservare quello che è un altissimo valore, la giustizia, ciò che ci accompagna nei rapporti umani per tutta la vita. Di conseguenza c’è uno stravolgimento della sua vita. Una volta uscito di prigione cerca di riprendersela in mano, cercando di recuperare il grande amore della sua vita e di mettere giustizia dove per lui giustizia non c’è stata. È un personaggio molto affascinante, tratto dai romanzi di Massimo Carlotto, un grandissimo autore».

matteo martari
Matteo Martari è l’Alligatore

LA PREPARAZIONE «Non avevo letto i suoi romanzi ma conoscevo la storia di Carlotto al netto dei romanzi che ha scritto. Appena ho avuto conferma del ruolo, la prima cosa che ho fatto è stata andare in libreria e recuperare i romanzi. La fortuna di avere così tanto materiale da leggere permette di ritrarre il perfetto profilo psicologico del personaggio e quella è la base di partenza. Poi la costruzione è iniziata con il tentativo di mettere questo personaggio in un corpo, aiutato dalla musica blues che accompagna tutta la serie. E appoggiandomi a questo ritmo ho cercato di trovare una fisicità. Tutto questo diretto da Daniele Vicari che ha assistito alla costruzione dei personaggi. Abbiamo fatto le prove insieme dopo le letture, lavorando in un teatro prima di andare sul set».

matteo martari
Una scena de L’Alligatore

L’ACCENTO VENETO «Diciamo che dopo è diventata una cosa naturale, ma all’inizio era un po’ bizzarro. Mi ricordo che durante il provino Daniele mi disse: “Matteo, proviamo a farlo in veneto”. Siccome oramai erano quasi vent’anni che avevo accantonato il veneto per esigenze di mercato, mi sono ritrovato quasi a fare la macchietta del veneto, la macchietta di me stesso. Ed è stata una cosa abbastanza imbarazzante in alcuni momenti. Poi sono tornato in Veneto e lì ho ripreso in mano questo suono molto caldo che è il dialetto veneto, perché ha un suono armonico e romantico, sembra quasi tutto cantato, è morbido nella sua parlata».

Matteo Martari in una scena della serie

LA RECITAZIONE «La passione per la recitazione? Credo ci sia sempre stata. Mia madre mi racconta che quando ero molto piccolo e si andava in vacanza con delle famiglie di amici, noi ragazzini organizzavamo delle vere e proprie messe in scena di spettacoli scritti da noi. Probabilmente scrivevamo cose improbabili! Non ho un ricordo netto, ma immagino quale fosse la qualità della scrittura di quattro ragazzini di otto o nove anni. E poi obbligavamo i nostri genitori a guardarle e a essere anche partecipi. Quindi credo che questa passione sia nata veramente tanto tempo fa. Poi ha avuto degli sviluppi tardivi se non altro perché sono entrato in accademia a 28 anni. Non c’è proprio un tardi, però non è neanche un presto».

matteo martari
Matteo Martari e Thomas Trabacchi in una scena della serie

ISPIRAZIONI «Non c’è un attore a cui mi ispiro in particolare perché, come è intrinseco degli esseri umani essere tutti uno diverso dall’altro, ogni attore porta un mondo e già avere la capacità di riconoscerlo è qualcosa. Io quindi ammiro e mi diverto a cercare di guardare il lavoro che portano in scena tanti attori. Non ne ho uno di riferimento perché sarebbe un po’ sacrificare o ridurre quello che è il lavoro dell’attore, motivo per cui non tutti possono fare tutti i personaggi. Quindi è difficile prenderne uno a esempio. Bisogna cercare di studiare da loro e imparare da loro. Non da uno perché rischia di essere limitante. Stessa cosa per i registi. È un mondo talmente ampio, ci sono dei registi con i quali mi piacerebbe davvero fare qualcosa. Un paio non ci sono più, purtroppo. Però anche qui non ne ho uno di riferimento».

L’intervista a Daniele Vicari per L’Alligatore è a cura di Damiano Panattoni:

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