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Just Charlie | Il calcio, la libertà e un film che fa credere in noi stessi

Tra coraggio e consapevolezza, tra un pallone e un rossetto: la storia di un ragazzo finalmente libero

Harry Gilby in Just Charlie
Harry Gilby in Just Charlie

ROMA – Il calcio, qui, è solo un pretesto. O meglio, il viatico metaforico per trattare argomenti molto più complessi di uno schema su punizione. Perché, come dice l’allenatore del talentuoso Charlie (Harry Gilby, al suo debutto), “Nella vita ci sono cose più importanti del football”. Ma, se credete che le sue siano solo parole per una ridondante retorica cinematografica (nonché tipicamente sportiva), dovreste vedere il bel Just Charlie – Diventa chi Sei, diretto dall’inglese Rebekah Fortune e finalmente arrivato in Italia, a ben tre anni dalla presentazione al Festival del Cinema di Edimburgo.

Harry Gilby è Charlie
Harry Gilby è Charlie

La storia? Charlie, è un vero e proprio talento sui verdi campi nelle Midlands. È l’idolo dei compagni, l’orgoglio di un padre, Paul (Scott Williams), che vede realizzarsi un sogno che lui stesso coltivava da ragazzo: diventare un top player nella Premier League. Su Charlie, infatti, ha già posto l’attenzione il Manchester City (curioso il fatto che qualche anno fa, in un altro bellissimo film con il calcio, Jimmy Grimble, il City era ancora una squadra romantica e operaia) pronto a fargli firmare un contratto milionario. Eppure, Charlie, occhi azzurri e sguardo gentile, più che ai gol, non smette di pensare ai tacchi, alle collane, ai rossetti: è stretto sotto una bugia e una verità solo apparente che lo vorrebbe uguale agli altri ragazzi.

Just Charlie, una scena del film
Just Charlie, una scena del film

Quando invece sente di essere molto più simile a sua sorella Eve (Elinor Machen-Fortune), tanto da sentirsi libero solo quando, di nascosto, indossa i suoi abiti. E allora, ecco che le cose per Charlie cambiano e, con lui, il senso che la regista da al film scritto da Peter Machen, in bilico tra poesia e romanzo di formazione in cui non si cambia solo il genere dell’articolo determinativo, bensì l’intera percezione che si ha di un protagonista e, parallelamente, con una storia che spinge a far prendere necessariamente il controllo della propria vita. Mentre un sottobosco di personaggi estremamente reali si trova a (ri)mettere in discussione se stessi e le conseguenze emotive che porta la trasformazione (o meglio, la liberazione) di Charlie.

Just Charlie, una scena
Just Charlie

In fondo, superata l’ansia di una drammatica consapevolezza, a lui non importano gli sguardi dei “compagni” di squadra, non importa nemmeno la delusione di un padre, per quel figlio che ha scelto “una vita complicata”, finendo per scontrarsi con sé più che con suo figlio. Del resto, ci dice Just Charlie, l’importante è solo essere se stessi, che sia davanti una porta di calcio o davanti ad uno specchio. Riflessi (im)perfetti dove la libertà si contrappone alle regole da seguire, mettendo da parte la paura e tirando fuori dal petto quel coraggio necessario per superare un confine imposto da una società pigra, annichilita in una comfort zone che non comprende la bellezza dell'(a)normalità.

Qui potete vedere una clip di Just Charlie:

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