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Il fuoco eterno di Jimi Hendrix e quell’anno vissuto dentro All Is By My Side

Il 18 settembre del 1970 se ne andava Jimi Hendrix. Come ricordarlo? E, soprattutto, perché?

Jimi, Jimi, Jimi. Hendrix fotografato da Gered Mankowitz

MILANO – Jimi che gioca con l’abisso. Jimi che suona e non pensa ad altro. Jimi che del mito se ne frega. Jimi che vive senza pensare, perché conta solo e sempre vivere. Jimi, sei corde e un cuore che pulsa. Fino a quando non è troppo tardi. Cinquant’anni dopo quella notte sbagliata del 18 settembre, le fiamme di Hendrix volano ancora alto, suonano libere e feroci, mai ingabbiate, nemmeno dalla retorica della leggenda, del club dei 27, delle sciocchezze da enciclopedia del rock, della critica musicale che deve sempre indicare perché e come ascoltare Hendrix. Ma Hendrix non si ascolta, Hendrix si sente, perché la chitarra di Hendrix non era uno strumento, ma un’amplificatore collegato a un’anima. La sua.

André 3000 nei panni di Jimi Hendrix a Londra in una scena di All Is By My Side.

Ricordare Jimi cinquant’anni dopo? Come e perché? Chi lo ama lo celebra ogni giorno, si sa, chi non lo conosce non lo conoscerà mai, probabilmente. Per ricordarlo però ci sono molti modi, uno è di rivedere su YouTube filmati e interviste, l’altro di rivedere i pochi film su di lui, come Hendrix, con Wood Harris, e soprattutto come All Is By My Side, di John Ridley, Oscar per lo script di 12 Anni Schiavo, un film con un grande André 3000 nel ruolo di Jimi, un film che cerca l’uomo dietro al mito, che segue il ragazzo di Seattle che mandava cartoline a papà James dal servizio militare in Germania sperando, un giorno, di fare qualcosa di importante, sperando di renderlo fiero.

André 3000 in All Is By My Side con Oliver Bennett, che interpreta Noel Redding, e Tom Dunlea che è Mitch Mitchell.

All Is By My Side – lo trovate su CHILI in streaming qui – è un film molto particolare perché non è il classico biopic, non mostra il musicista sul palco, si suona anche poco, c’è poca epica rock. Ridley sceglie di raccontare un solo anno nella vita di Jimi Hendrix, dall’incontro nel 1966 con la sua amica e mentore Linda Keith – una bravissima Imogen Poots – fino al giorno prima dell’esibizione di Monterey nel 1967, dove Jimi diede fuoco alla chitarra per ricordare a tutti che in Vietnam ragazzi di colore come lui stavano morendo senza nemmeno sapere perché. André 3000 si nasconde dentro Jimi con grande rispetto, ma anche con molta personalità, portandoci dentro la vita di un uomo che voleva solo vivere per suonare, tanto gli sarebbe bastato. Invecchiare, suonando.

Jimi Hendrix
André 3000 e Imogen Poots in All Is by My Side.

Così non è andata, lo sappiamo, e allora guardate il film, alzate il volume, riascoltate qualcosa come Purple Haze a Atlanta, ma se potete, fatevi (e fateci) un favore: non celebrate il santino, non raccoglietevi in silenzio, non ricordate con sguardo pietoso, ma urlate, esaltate la vostra follia, fate saltare in aria le certezze, tirate fuori il dito medio, perché quello era Hendrix, non la leggenda del rock, non il santo Jimi, non il Dio da pregare. No, solo un ragazzo unico che – seduto davanti a Dick Cavett nell’intervista qui sotto – ascolta le domande e rintuzza il presentatore con arguzia e grande intelligenza, risponde in modo umile, apre un fronte citando la sua depressione e l’importanza del suono, il suono che avrebbe dovuto salvarlo e che invece ha finito per salvare solo noi. Che Dio ti benedica Jimi, ovunque tu sia.

  • L’intervista a Dick Cavett:

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