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INTERVISTA | Giovanni B. Algieri: «Il fallimento non esiste. Esiste il tradimento delle aspettative»

Con L’ultimo giorno di felicità, il regista porta sullo schermo la pressione che pesa sui giovani: la paura di deludere, la difficoltà di mostrarsi fragili e quel momento in cui una bugia diventa più facile della verità.

ROMA – Il giorno prima della laurea dovrebbe essere uno dei momenti più felici della vita. E invece Denise si ritrova intrappolata in una bugia che non riesce più a sostenere. È da questo cortocircuito emotivo che nasce L’ultimo giorno di felicità, il cortometraggio scritto e diretto da Giovanni B. Algieri e interpretato da Margherita Mazzucco, volto noto al pubblico per il ruolo di Lenù nella serie L’amica geniale.
Il film affronta una delle fragilità più profonde della nostra epoca: la pressione che molti giovani sentono nel dover essere all’altezza delle aspettative, familiari e sociali. Una tensione che spesso resta invisibile, nascosta dietro il bisogno di apparire forti, di non deludere, di seguire un percorso che sembra già scritto.
Una storia intima che diventa anche uno specchio generazionale e che ora arriva a Hollywood: L’ultimo giorno di felicità sarà infatti presentato al Los Angeles Italia Film Festival, con una proiezione al TCL Chinese Theatre, uno dei luoghi simbolo del cinema mondiale. Ne abbiamo parlato con il regista Giovanni B. Algieri.

Il corto si apre in un momento molto preciso: il giorno prima della laurea, quando Denise dovrebbe essere felice e invece si trova schiacciata da una bugia che non riesce più a sostenere. Da dove nasce l’idea di raccontare proprio questo momento?

Dentro a quel momento c’è una vita intera: le pressioni sociali e familiari, le aspettative, un’intera esistenza ad allinearsi ai canoni della vita così come ci viene imposta, senza mai dare spazio alle proprie attitudini. L’idea nasce certamente da una notizia di cronaca, ma allo stesso tempo per provare a dare spazio a una delle tante tematiche di disagio giovanile troppo spesso messe all’angolo e, per giunta, rispolverate tardi, quando la tematica diventa tragedia.

L’ultimo giorno di felicità intercetta una sensazione molto diffusa tra i giovani: la pressione di dover essere all’altezza delle aspettative, familiari e sociali. Secondo te perché oggi il fallimento è diventato qualcosa di così difficile da ammettere?

Deludere chi ha creduto in te è sempre dura, ma il problema credo sia a monte: le persone hanno veramente creduto in te, o ti hanno sommerso con le loro aspettative? Molto spesso i genitori, gli amici, e la società tendono ad accerchiare le persone piuttosto che appoggiarle: se non rispetti le tappe obbligatorie e uguali per tutti, allora sei un fallimento. Allora io non parlerei più di fallimento, ma di tradimento, che può tradursi in tragedia, oppure in un nuovo inizio di una ritrovata libertà.

Nel film Denise si rifugia nei ricordi dell’infanzia, nell’ultimo momento in cui si è sentita davvero felice. È come se il passato rappresentasse uno spazio più libero, prima che arrivassero le aspettative. È una sensazione che riconosci nella nostra generazione?

Credo sia sempre stato così. Dal Fanciullino del Pascoli al Giovane Holden di Salinger, tanti classici ci insegnano che il cuore pulsante della felicità è racchiusa nei primi anni. Riguardo alla nostra generazione, però, non posso negare che ci sia un netto dislivello: se realizzo di aver vissuto da adulto – dopo l’adolescenza anni 90’ – terrorismo, recessione, pandemia e una dozzina di conflitti, beh, allora quel Fanciullino comincia a mancarmi più del dovuto.

La bugia che Denise porta avanti non è solo un elemento narrativo: sembra quasi diventare una metafora della difficoltà di mostrarsi fragili. Pensi che oggi, tra social, performance e aspettative, i giovani facciano sempre più fatica a dire semplicemente: “non sto bene”?

Anche qui credo che sia solo un cambiamento di forma, e non di sostanza. Se è vero che da un lato i social media, ostentatori del successo per antonomasia, possano far sentire i giovani dei “falliti”, dall’altro possono anche essere dei rilevatori di malessere per i più grandi, e fungere da strumento di comunicazione “interna” tra amici e parenti. La vera sfida, per i più grandi, non è imparare a usare i social, ma a capire cosa c’è dietro a quel linguaggio, e credo sia davvero molto difficile, purtroppo.

Margherita Mazzucco restituisce a Denise una fragilità molto intensa, mai esplicita ma sempre presente. Cosa ti ha convinto che fosse l’attrice giusta per questo ruolo e come avete lavorato insieme per costruire il suo stato emotivo?

Per un personaggio così introverso e introspettivo, non potevamo fare scelta migliore. Denise, in quel preciso punto della sua vita, è ormai un libro chiuso, un muro invalicabile, e Margherita, con i suoi occhi e con la sua capacità espressiva che va ben oltre le parole, ha restituito al personaggio l’intensità di cui avevamo bisogno. Abbiamo lavorato sui movimenti, sui tempi, sui passi. Su tutto ciò che per me è cinema: la narrazione per immagini e per sensazioni.

Il corto sarà presentato al Los Angeles Italia Film Festival e proiettato al TCL Chinese Theatre, uno dei luoghi simbolo del cinema mondiale. Che significato ha per te portare una storia così intima e generazionale in un contesto internazionale come questo?

Intanto è grande motivo di orgoglio per me e per la mia squadra che, da quasi dieci anni, lavora sodo e senza sosta lavorando su tematiche attuali e sociali che non sempre destano tale interesse. Arrivare a Los Angeles, infatti, con un tematica così attuale è un importante segno distintivo: tra cinema e piattaforme vedo spesso prodotti e storie che si ripetono nella sostanza, invece io sono convinto che sia importante riportare sullo schermo ciò che accade per le strade, nelle case o nelle scuole. Come diceva il Maestro Fellini: «Il cinema morirà quando i registi smetteranno di uscire per strada».

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