ROMA – Sergio Romano è un volto che attraversa teatro, cinema e serie TV con la stessa intensità. Dopo Cannes con Le città di pianura di Francesco Sossai, l’attore torna ora sul grande schermo ne La valle dei sorrisi, il nuovo film di Paolo Strippoli: una favola nera che riflette sul dolore, sulla comunità e sul potere di un gesto semplice come l’abbraccio. Noi di Hot Corn abbiamo chiacchierato con lui in un’intervista speciale.
Sergio, nella tua biografia emergono figure fondamentali come Massimo Castri e Benno Besson. Che cosa ti hanno lasciato, come attore e come persona?
Sicuramente degli immaginari, dei mondi che popolavano il loro teatro, fatto di colori, gioco, raffinata eleganza, profonda conoscenza dell’animo umano, ironia, sguardo amorevole ma anche terribile sull’uomo. E poi per entrambe una radicata pratica politica imbeveva i loro spettacoli e la loro attività di teatranti. In entrambe ho visto l’irritazione per il potere fine a se stesso, per il potere non al servizio delle persone ma solo come tornaconto personale o di parte, e profondamente ignorante. Sono uomini che hanno testimoniato una pratica politica autentica, per la quale hanno subito persecuzioni che hanno affrontato a testa alta. Andai da Benno durante le prove dell’Hamlet confidandogli le mie insicurezze rispetto al lavoro sul personaggio che stavo affrontando, lui con leggerezza ed energia mi disse: “La vita è una lotta, o ti piace lottare, oppure… fiuuuu!!!”.
Hai lavorato con realtà teatrali anche fuori dall’Italia, penso a “Suspect Culture” in Scozia. Che tipo di differenze hai notato – circa l’attenzione che si dà al teatro – con l’Italia?
In Gran Bretagna ogni villaggio ha un teatro e la pratica di andare a teatro mi è parsa molto sentita, fino al piccolo paesino affacciato sul mare del Nord, in cima alla Scozia. Anche se, mi sono sempre chiesto se il pub presente in ogni teatro sia nato quale servizio all’attività teatrale, o viceversa, ogni teatro sia nato attorno al pub del villaggio. Lo dico con amorevole scherzo, ma consapevole di quanto il pub sia stato nei secoli luogo forte di aggregazione per quelle popolazioni. Poi dal punto di vista estetico ho trovato là una certa uniformità nelle espressioni artistiche in teatro, mentre da noi c’è stato spazio, almeno fino a qualche anno fa, per esperienze che si manifestavano in forme non convenzionali. Insomma, ho trovato che fossero, i britannici, parecchio conservatori. In ultimo l’approccio alla recitazione: purtroppo da noi siamo ancora succubi di una tradizione dell’arte dell’attore molto legata alla declamazione, che fonda le sue radici nella storia del nostro paese, nelle pratiche di teatro che si sono manifestate nel tempo e nella peculiarità della nostra lingua. Quindi è un valore. Ma ho sempre visto un atteggiamento canzonatorio e persino violento nei commenti di colleghi alle tecniche attoriali diverse dalla nostra tradizionale pratica, ed in particolare contro tutto ciò che può essere ascritto al cosiddetto “method”. Certo Stanislavskij non ha oltrepassato le Alpi quando invece, nel ‘900, contagiò tutta l’Europa ed il mondo poi intero. Ecco, quei giudizi così feroci mi sono sempre sembrati frutto di fraintendimento.
Dal teatro al cinema e alle serie TV: come cambia il tuo approccio alla recitazione, se cambia?
Domanda che necessita di una risposta complessa e articolata che mi obbligherebbe ad entrare in tecnicismi che non saprei come comunicare. Forse un aspetto cui posso accennare è lo spazio: in teatro mi relaziono allo spazio nel quale agisco, allo spazio fisico intendo. Percepisco con tutto il corpo le persone presenti, la loro distanza, la loro attenzione, il mondo fuori da quello spazio… attraverso i suoni, ad esempio. Questo mi consente di trovare una mia presenza lì, in quel luogo, in quel momento. E agisco con l’immaginario del “personaggio” e/o dello spettacolo allestito, in quel preciso momento, in quel preciso luogo. E lo stesso è sul set, ma con una presenza nuova, la camera e l’operatore, con i quali instauro un dialogo più intimo ed esclusivo, insieme ai miei interlocutori di scena.
In Le città di pianura di Francesco Sossai, selezionato a Cannes nella sezione Un Certain Regard, sei stato protagonista. Come hai vissuto quella esperienza e quanto sono importanti ancora oggi i Festival?
Beh, l’incontro con Francesco è stato un regalo dell’arte, un dono. È un grande autore di cinema, un uomo che introduce delle riflessioni importanti sul nostro presente. E direi: finalmente! E mi piacciono molto i suoi riferimenti estetici. L’esperienza è stata molto valida per me, sia dal punto di vista umano che professionale, anche nell’incontro con Pierpaolo e Filippo e con tutta la troupe, lo dico veramente. La sceneggiatura di Francesco e Adriano è ricca di continui rimandi e sollecitazioni, ad ogni rilettura trovavo cose nuove e coglievo nuovi significati, nuovi piani di lettura che mi sorprendevano. E tutto questo non solo descritto a parole, come spesso capita nelle sceneggiature, ma reso cinema. Il tutto con un plot narrativo semplice, essenziale, ma ben definito. E Carlo Bianchi, il personaggio che ho interpretato nel film, mi ha permesso di aprirmi ed offrire, credo, la parte più dolce e sorniona di me, e di conoscermi un po’ di più. I festival sono importanti? Sì, lo sono, nella misura in cui vanno oltre la loro funzione mercantile e competitiva e celebrano l’arte cinematografica, il lavoro delle persone, introducono scambi culturali e li promuovono, a maggior ragione fra persone provenienti da realtà culturalmente distanti. Sentivo Scorsese sognare festival senza premi, senza competizione: me lo auguro anche io.
Il tuo nuovo film, La valle dei sorrisi di Paolo Strippoli, sta arrivando nelle sale. Cosa ti ha colpito di più di questa storia e del lavoro con il regista?
Paolo ti trasmette passione e sapienza del lavoro. Ogni cosa scritta in sceneggiatura è stata profondamente soppesata, ed è esigente sul set, e questo a me piace: amo il mio lavoro e detesto farlo superficialmente. Nella storia trovo molto forte la scelta di far sì che le persone del villaggio abbiano bisogno di abbracciare un ragazzo per curare il loro dolore. Credo sarebbe una pratica salvifica per i nostri tempi: che ci abbracciassimo ad ogni incontro.





Lascia un Commento