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Il Lago delle oche selvatiche, la Cina e quei lampi di bellezza e violenza

Diao Yinan torna al noir e si conferma come uno dei più importanti autori contemporanei

lago delle oche selvatiche
Hu Ge è il protagonista maschile del nuovo film di Diao Yinan

MILANO – Il suono della pioggia, un baracchino ambulante e il rumore dei treni. Zhou (Hu Ge), gangster ferito e in fuga, e Liu (Gwei Lun), prostituta delle zone balneari, s’incontrano nel sottopassaggio di una stazione in una notte d’estate, tra ombre riflesse e il fumo di sigarette. Da qui parte il racconto, diviso tra flashback e presente, de Il lago delle oche selvatiche, film di Diao Yinan – già presentato in concorso a Cannes – realizzato a cinque anni di distanza dall’acclamato Fuochi d’artificio in pieno giorno, Orso d’oro come miglior film a Berlino64. Come per l’opera precedente, anche qui il regista cinese ritorna alle atmosfere del noir declinandole però con contorni differenti, ritagliandosi un posto definitivo tra i grandi autori contemporanei.

Il lago delle oche selvatiche
Un’immagine del film

Ambientato a Wuhan, città cinese tristemente nota alla cronaca di questi mesi per la diffusione del Coronavirus, Il lago delle oche selvatiche prende spunto dalla realtà – un’assemblea nazionale di ladri avvenuta nel 2012 – che ha acceso in Diao Yinan il desiderio di raccontare una storia capace di fotografare passato e presente del suo Paese. Le regole antichissime che disciplinano da sempre le contese criminali si sovrappongono ad una Cina sempre più protesa ad una modernizzazione che disorienta e allontana da quei valori che l’hanno plasmata. «Il lago è un luogo senza regole» si sente pronunciare e quell’assenza si traduce in un racconto – solo apparentemente – indisciplinato.

Il lago delle oche selvatiche
Una scena de Il lago delle oche selvatiche

Perché Diao Yinan è abilissimo nel controllare la macchina da presa e la coralità dell’azione, i campi lunghi così come le soggettive, i movimenti di macchina lenti contrapposti ad un montaggio serratissimo. Illuminato dalla fotografia fangosa di Dong Jinsong che fa vibrare le notti d’estate con le luci al neon delle insegne dei locali, il film è squarciato da lampi di bellezza e violenza mentre Yinan mescola il noir e Jean-Luc Godard, i manga con l’action soverchiandone regole e schemi. Perché se la fuga di Zhou e Liu, criminale e prototipo rivisitato della femme fatale, sono un topos del cinema noir, Il lago delle oche selvatiche ne scardina lo scontato destino per andare in tutt’altra direzione.

Il lago delle oche selvatiche
Una scena del film di Diao Yinan

Due anni di lavoro per una sceneggiatura più simile ad un flusso d’immagini e cinque mesi di riprese per un film sulla Cina contemporanea che ci trascina nella pancia di un Paese fatto di marginalità e periferie, vicoli strettissimi e sottopassaggi, ristoranti fatiscenti e feste di quartiere, prostituzione e delinquenza. Un mondo che mescola realtà e sogno in cui le ombre dei personaggi rimandano sì al noir – ricordate la X di Scarface di Howard Hawks? – ma anche all’antica arte cinese. Un film ambientato nella città dei cento laghi che, come la superficie dell’acqua, nasconde mondi brulicanti e caotici, sospesi e malinconici.

Qui potete vedere il trailer di Il lago delle oche selvatiche:

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