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Gli scacchi, la vita, la morte: bianchi e neri come Il Settimo Sigillo

Bergman ha scritto una pagina di cinema, affrontando l’ancestrale tema che non può avere risposta

“E quando l’agnello aperse il settimo sigillo, si fe’ nel cielo un profondo silenzio di mezz’ora. E vidi i sette angeli che stavano dinanzi a Dio, e furono date loro sette trombe.” Così recita l’altisonante incipit de Il Settimo Sigillo – opera tra le più celebri del regista svedese Ingmar Bergman – sulle immagini apocalittiche di una spiaggia pietrosa. Il cavaliere Antonius Block, reduce dalle crociate in Terra Santa, trova la Morte ad attenderlo per portarlo con sè. Block decide di sfidare la nera ombra ad una lunga partita – metaforica – a scacchi, per decidere le proprie sorti.

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Quella danza.

Bergman – a distanza di pochi mesi dalla realizzazione di un altro intramontabile capolavoro, Il Posto delle Fragole – torna ad interrogarsi sul rapporto dell’uomo con la fede e la morte. Trasposizione cinematografica della pièce teatrale Pittura su Legno, scritta dallo stesso Bergman nel 1955, Il Settimo Sigillo è anatomia dell’intero genere umano, di tutti i suoi dubbi atavici, della paura ferina nutrita nei confronti dell’inconoscibile. Ma l’approccio che ogni individuo riserva alla morte ha sfumature differenti: lo scudiero ostenta indifferenza e vigore d’animo, il pittore un cinismo disilluso, mentre Block – pur possedendo la fede – si trova ad essere prigioniero di un’esistenza all’insegna dell’ignoto.

Max von Sydow e Bengt Ekerot nella partita a scacchi che ha scritto la storia del cinema.

E’ inevitabile interrogarsi su cosa ci sia riservato dopo la nostra dipartita, tuttavia il grande merito di Bergman – evidente persino agli occhi dello spettatore odierno – è quello di ricondurre la sovrastruttura allegorica ad una fruizione agile ed accattivante, priva di fronzoli melodrammatici o sterili filosofismi. Il regista svedese si fa portavoce di quesiti esistenziali, offrendoci molti dubbi e poche risposte sul senso della morte insito in ogni essere umano. A fare da sfondo è l’ambientazione cupa dei retrogradi anni del Medioevo, in cui un’epidemia di peste sta decimando la popolazione e l’abbrutimento morale degli individui è dilagante.

il settimo sigillo
Bengt Ekerot, La Morte.

In questo scenario desolante è il Silenzio divino a ritagliarsi un ruolo predominante. Bergman gioca con il bianco ed il nero, accompagnando Antonius verso il suo ineluttabile destino, in un viaggio metafisico alla ricerca della consapevolezza tanto agognata. Ma la reale identità di un’opera imprescindibile come Il Settimo Sigillo risiede nella pregnante ed emblematica scena della partita di scacchi. Quella tra Block e la Morte è una partita che tutti noi giochiamo, una sfida difficile e dispendiosa nella quale non saremo mai vincitori.

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