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Gli insospettabili | Joseph L. Mankiewicz e quell’inganno che visse due volte

Laurence Olivier, Michael Caine, l’opera teatrale. E poi quel remake di Kenneth Branagh…

Laurence Olivier e Michael Caine ne Gli insospettabili.

ROMA – Chiudere in bellezza una carriera da sogno. Potrebbe essere questo il miglior modo per definire Gli insospettabili del 1972 di Joseph L. Mankiewicz, non un regista qualunque, ma uno di quelli capace di scaldare le platee raccontando grande cinema. Un colosso che tra gli anni Quaranta e Cinquanta – tra Il fantasma della signora Muir, Lettera a tre mogli, Eva contro Eva e Improvvisamente, l’estate scorsa – scrisse alcune delle più rilevanti pagine di cinema della Golden Age Hollywoodiana. Qualcosa cambiò però nella decade successiva. Quei gloriosi anni Sessanta segnati nel 1963 dalla lavorazione di Cleopatra che di Mankiewicz rappresentò per certi versi l’inizio della fine. La 20th Century Fox di Darryl F. Zanuck, memore della raffinatezza del suo Giulio Cesare, affidò alla sua esperienza il compito di portare a casa un progetto fino a quel punto fallimentare.

Gli insospettabili: il riscatto di Joseph L. Mankiewicz
Gli insospettabili: il riscatto di Joseph L. Mankiewicz

Il risultato? Sostituì in corsa Rouben Mamoulian per poi essere licenziato in piena post-produzione a seguito di contrasti con Zanuck. Cosa che non andò giù a Mankiewicz che in un’intervista rilasciata a Newsweek nel marzo del 1963 ebbe a dire: «Ho concluso il primo cut, ma da adesso Cleopatra è di proprietà dello studio (Fox). Potrebbero pure tagliarlo in plettri per banjo per quanto mi riguarda». Più per salvare la faccia che per altro, Zanuck lo ri-assunse a progetto quasi ultimato, ma cambiò qualcosa nella percezione comune del Mankiewicz-autore. I suoi anni Sessanta si conclusero (quasi) nel silenzio tra lo special televisivo Canto per un altro Natale e Masquerade. In tal senso Gli insospettabili rappresentò non soltanto la chiusura eccellente, ma anche il definitivo colpo di coda con cui suggellare quell’ultimo decennio di carriera.

Laurence Olivier e Michael Caine in una scena de Gli insospettabili
Laurence Olivier e Michael Caine

Perché i poco celebrati, ma strepitosi, anni Settanta di Mankiewicz furono caratterizzati – oltre che da Gli insospettabili – dal documentario itinerante su Martin Luther King (King: Una testimonianza filmata… da Montgomery a Memphis) candidato agli Oscar del 1971 e il western revisionista Uomini e cobra tutto costruito sulla straripante alchimia della strana coppia Kirk Douglas & Henry Fonda. Non è da meno Gli insospettabili il cui giocoso kammerspiel ruota tutto sul talento di due interpreti eccellenti: Sir Laurence Olivier e Michael Caine. Entrambi candidati agli Oscar nel 1973 – quelli dove Il Padrino (di cui potete leggere qui) e Cabaret (di cui potete invece leggere qui) fecero piazza pulita – nella categoria miglior attore per poi soccombere dinanzi a Marlon Brando, in origine però la coppia sarebbe dovuta essere ben diversa.

Gli inganni de Gli insospettabili

Se è vero infatti che per Olivier come Andrew Wyke non c’erano dubbi in merito, Caine finì invece con l’essere non la prima, non la seconda, ma la terza scelta (!) come Milo Tindle. In origine sarebbe dovuto essere Albert Finney a dovergli prestare volto e corpo, ma fu ritenuto da Mankiewicz fuori forma. La seconda scelta corrispose al nome di Alan Bates che rifiutò il ruolo ritenendolo «sconveniente per un attore della sua statura», ma la verità era un’altra. Prima che gioiellino, Gli insospettabili fu una pièce di Anthony Shaffer (che della versione filmica è anche lo sceneggiatore) che nel 1971 fu insignito del Tony per la migliore commedia. Bates, del tutto ignaro della tipologia di narrazione e senza aver letto il copione, uscì dalla sala all’intervallo convinto che il suo personaggio fosse vittima di un’inerzia passiva.

Gli insospettabili: una battaglia dialogica di finissima ars recitativa
Gli insospettabili: una battaglia dialogica di finissima ars recitativa

Quel che si perse però fu tutto il resto. Perché è vero, e cinquant’anni dopo – fu presentato a New York il 10 dicembre 1972 – lo si può ben dire, ci mette un po’ ad ingranare Gli insospettabili, specie perché, nella rigidità del suo verboso concept, la creatura narrativa di Mankiewicz non ammette interferenze finendo con il centellinare ogni dettaglio in modo registicamente maniacale. Quando parte però, quando il match di puro intelletto inizia a scaldarsi, Gli insospettabili vede sprigionare tutto il cuore di sperimentale divertissement che finisce con il prendersi gioco delle unità di racconto e dei ruoli narrativi degli interpreti, rimescolandone l’inerzia tra testacoda di puro mistero e ribaltamenti di fronte di finissima ars recitativa. Una gara d’astuzia resa nella forma del serratissimo dramma di mistero che è piena e limpida espressione del piacere di fare cinema per raccontare e stupire.

Laurence Olivier è Andrew Wyke

Del resto, maestria di Mankiewicz a parte, Shaffer era davvero un nome a quei tempi. Per Gli insospettabili ricevette l’Edgar Awards dalla Mystery Writers of America per entrambe le versioni: per l’opera teatrale nel 1971 e per la sceneggiatura nel 1973, e in quella stessa decade firmò gli script del thriller hitchcockiano Frenzy nel 1972 e del cult The Wicker Man del 1973. Il resto però è tutto merito della coppia da leggenda Olivier & Caine dai tempi comico-drammatici semplicemente perfetti. Celebre, in tal senso, l’aneddoto legato al modo in cui i due si conobbero sul set, perché quella de Gli insospettabili fu la primissima volta in cui i due attori britannici divisero la scena. Visibilmente nervoso, Caine non sapeva come approcciarsi al mitologico interprete, chiedendogli infine come lo avrebbe dovuto chiamare, se con il suo nome di battesimo o il titolo.

«Io sono Lord Olivier e tu sei il signor Michael Caine. Da adesso io sono Larry e tu sei Mike»

Olivier, con il suo tipico aplomb, gli rispose: «Beh io sono Lord Olivier e tu sei il signor Michael Caine – ovviamente è solo per la prima volta che ti rivolgi a me – da adesso io sono Larry e tu sei Mike». A detta di Shaffer all’inizio della lavorazione Olivier considerava Caine alla stregua di un assistente, per quando giunse la fine erano praticamente come fratelli. Finirono con il lavorare assieme in altri due film (Quell’ultimo ponte, Triplo gioco) ma, ed è bene ricordarlo, Gli insospettabili non è in realtà da intendersi come il primo film in cui Olivier e Caine furono entrambi scritturati. Nel 1969 presero parte all’epica bellica de I lunghi giorni delle aquile di Guy Hamilton, senza però condividere mai la scena. Del resto quella di Caine è una carriera onorata e corposa popolata di 173 film in 76 anni.

Michael Caine è Milo Tindle

È talmente incredibile il suo opus recitativo da aver visto ben quattro dei suoi film iconici (Alfie, Un colpo all’italiana, Carter, Gli insospettabili) oggetto di remake di cui, in due di questi, Caine vi ha perfino preso parte. Uno è l’infelice La vendetta di Carter del 2000 di Stephen Kay con Sly Stallone nel ruolo che fu suo nel 1971 e Caine nei panni di quel Brumby reso grande nell’originale da Bryan Mosley. L’altro, manco a dirlo, è proprio quello Sleuth – Gli insospettabili del 2007 di Kenneth Branagh presentato in concorso a Venezia64 – che di Olivier fu l’erede shakespeariano – con Jude Law come nuovo Milo Tindle e proprio Caine nel ruolo che fu del suo Maestro. Ecco, nonostante non sia proprio allergico all’inesorabilità del remake, per Gli insospettabili non è che Caine l’avesse presa proprio benissimo «La prima cosa che ho pensato è: Perché farlo di nuovo?».

Gli insospettabili: un piccolo gioiello da (ri)scoprire
Gli insospettabili: un piccolo gioiello da (ri)scoprire

«Non mi piacciono i remake, dimostrano mancanza di immaginazione», specie perché Caine, al pari di una manciata di altri film (Zulu, L’ultima valle, L’uomo che volle farsi re, Il console onorario, Rita Rita) si è sempre mostrato parecchio orgoglioso della sua performance ne Gli insospettabili di Mankiewicz ritenendolo un film perfetto in ogni sua componente. La differenza però l’ha fatta la sceneggiatura: «Una volta letta ho capito che quello di Branagh non era un remake vero e proprio ma un film nuovo di zecca», così da permettere a Caine di vivere la doppia vita di Milo ed Andrew: l’ennesima grande storia del nostro amato cinema.

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Qui sotto potete vedere il trailer del film:

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