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El Dorado: John Wayne e il testamento femminista di Howard Hawks

Il film segna la fine di ciò che è stato il western e si è creduto del vecchio West

el dorado

MILANO – Siamo di nuovo nell’autunno del genere western, stagione in cui Hawks e Wayne ci avevano già portato sette anni prima con Uno dollaro d’onore (del 1959, di cui parlammo già qui). Ma con El Dorado – lo trovate su CHILI – il cammino sul viale del tramonto è già più che avviato. Sin dall’inizio del film sembra di avere a che fare con quegli uomini oltre la mezza età che scherzano dei loro acciacchi e delle loro pigrizie per esorcizzare il fatto che la vecchiaia avanza: sono consapevoli che qualcosa dovrà cambiare (e cambierà) nelle loro vite, ma conservano ancora quel po’ di spavalderia che li fa essere ironici, dolcemente nostalgici e non ancora del tutto impauriti dall’inevitabile sorte che si avvicina. Howard Hawks, come questi signori, mostra di essere perfettamente consapevole del fatto che i tempi ormai sono maturi per qualcos’altro, e questo non solo nel mondo del western, ma anche nella società Americana a lui contemporanea (due anni dopo l’uscita del film, sarebbero scoppiate le contestazioni del 1968).

El Dorado
Una scena di El Dorado

E’ il crepuscolo degli idoli, per dirla con l’amico Nietzsche: Cole Thornton (John Wayne), non è l’eroe senza macchia che sarebbe stato in un western classico di dieci o quindici anni prima, ma un signore i cui tempi migliori sono visibilmente passati, che ora per sbarcare il lunario vende al miglior offerente i servizi della sua pistola, senza farsi troppe domande. Può sbagliare, può fallire – dopo i primi dieci minuti si è già preso una pallottola nella schiena – e la sua virilità può essere messa in discussione dalla donna che lo alterna volentieri all’amico Harrar (un ottimo Robert Mitchum), lo sceriffo di El Dorado. Nel terzetto è tutto uno scherzare, un’alludere, un ricordare. Come in tutta la prima parte del film. Lo stesso nome della città che dà il titolo al film sembra una burla, perché non c’è nessun riferimento al paradiso terrestre per eccellenza, né tantomeno alle mitologiche miniere d’oro storicamente legate a questo nome; è un villaggio normale, tutt’altro che idilliaco, in cui gli agricoltori cercano di difendere le loro attività da un gruppo di delinquenti-pastori che vuole mettere le mani sulle loro terre. E a difenderli, solo due ex-eroi, che ora però sono uno sceriffo alcolizzato e un vecchietto con problemi alla schiena e un ridicolo e paralizzante infortunio ad un braccio. Nessuna mitizzazione del tempo che fu e dei suoi protagonisti, come avrete intuito.

Michele Carey in una scena del film

Ma attenzione a non catalogare questo film come puro divertissement, perché non se ne comprenderebbe l’importanza. La decostruzione del genere che qui opera Howard Hawks non si limita a replicare in chiave ancor più disillusa e scanzonata Uno dollaro d’onore (cosa che comunque fa magistralmente), ma apre la porta ad un mondo nuovo, prende atto delle sue novità e consegna il timone del globo alle nuove generazioni. El Dorado segna la fine di ciò che è stato il western e si è creduto del vecchio West, con certo un pizzico di malcelata nostalgia, ma anche con la consapevolezza che lo spettacolo deve continuare e che spetta ad altri indicarne la via. Questa volta, dobbiamo rilevare infatti che non è Wayne a risolvere il conflitto a fuoco decisivo, anzi, è proprio la sua mano la responsabile del (temporaneo) fallimento della spedizione; e se una sparatoria simile in Un dollaro d’onore segnava la conclusione del film (e la definitiva vittoria del protagonista), questa volta si colloca significativamente in mezzo: non basta più quella soluzione, non sono più sufficienti i super-uomini di una volta, serve altro (ed altri).

El Dorado
John Wayne è Cole Thornton in El Dorado

La novità più significativa è il ruolo della donna. Certo, il regista e i suoi personaggi tradiscono una sostanziale misoginia di fondo, ma questa è più da attribuire a insuperabili fattori anagrafici, che al senso generale del film. Non siamo ancora nel 1968, ma la sensibilità dell’ormai settantenne Hawks ha colto che qualcosa si sta muovendo – del resto Betty Friedan parlava di quel “problema senza nome” che era la condizione della donna già da qualche anno – e il suo film lo problematizza, seppur a margine della narrazione. E così è una donna a ferire il Wayne-Thornton e farlo cadere da cavallo (un sacrilegio in altri tempi!), così come è una donna a sparare il risolutivo colpo finale, con il padre che la sgrida per aver fatto di testa sua, e John Wayne che gli risponde: – ed è una frase storica, se pensate a quel che rappresenta il personaggio – “Ha fatto bene a non obbedirti”. Con questa frase, l’eroe per antonomasia del mito del west, ormai decaduto, concede alla combattiva e determinata giovane donna il diritto alla ribellione, e le assegna, attraverso questo testamento cinematografico (è il penultimo film di Hawks), un ruolo chiave nella salvezza del Paese. Un miracolo del Cinema.

John Wayne in una scena del film

Ma, ancora, questa concessione non è senza condizioni. El Dorado non vuole buttare via tutto del sogno che il western aveva costruito, Howard Hawks non lo vuole distruggere, ma semplicemente correggere la sua tesi di fondo e ridimensionare le sue pretese epiche. Del resto, sembrerebbe dire, i giovani sono forti e coraggiosi, il mondo ormai è loro, ma non si rinunci a guidarli ed educarli, per quanto possibile (emblematica la sequenza in cui Thornton insegna a Missisipi a sparare). E è solo l’esperienza di ha costruito una nazione (e un genere cinematografico) che può permettersi di tramandare i valori che stanno alla base della società consegnata agli eredi. E dunque sull’amicizia non si scherza (specie se di vecchia data), così come non esistono esitazioni nell’acquisizione liberale del primato della legge sulla violenza e la vendetta (Mitchum non uccide Jason, lo arresta affinché sia giudicato), né sull’assunto kennediano per cui per tutelare l’ordine occorre innanzitutto difendere e dar da magiare ai deboli, nel film rappresentati dalla famiglia degli agricoltori, nella realtà di allora quel terzo mondo emergente da portare lontano dalle influenze sovietiche.

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