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Dick Dale, Quentin Tarantino e la vera storia dietro il riff di Pulp Fiction

Ma chi era il chitarrista che ha stregato il regista con il suono della sua Fender?

Dick Dale, un uomo e la sua tavola.

ROMA – Era il 1994. Sei anni più tardi sarebbe arrivato il famigerato 2000, in quel momento però il futuro sembrava un traguardo lontanissimo e pauroso. Tra boom tecnologico e miti in continua ridefinizione, la cosiddetta Generazione X sognava a occhi aperti e aveva poche certezze. Una di queste era il cinema. Anzi, era il cinema visto attraverso gli occhi di un autore come Quentin Tarantino che in quel periodo consegnava alla storia il suo capolavoro: Pulp Fiction. Quella stessa generazione non sapeva che di lì a poco avrebbe ballato per tutta la vita sulle note di Misirlou di Dick Dale. E se il titolo vi dice poco o niente, basta ricordare i titoli di testa del film di Tarantino per comprenderne la potenza. Un surf scatenato dal riff memorabile che riusciva ad essere la cornice perfetta per l’intreccio di storie orchestrate dal prode Mr. Brown.

E oggi che Dick Dale non c’è più viene naturale rivolgere un omaggio alla sua temeraria opera. Sì, proprio a lui che il più famoso di tutti non lo è mai diventato, ma che a forza di far urlare gli amplificatori della sua Fender Stratocaster ha lasciato un’impronta nella storia della musica. Ma chi era Dick Dale? Richard Anthony Monsour nacque a Quincy, non lontano da Boston, nel maggio del 1937 da una famiglia di origini libanesi, polacche e bielorusse. Sin da bambino dimostrò grande affinità con la musica, amore che lo portò in breve tempo a imparare a suonare la chitarra. Fondamentale in questo senso, l’influenza dello zio, suonatore di oud, uno strumento a undici corde tipico della musica persiana.

Dick Dale
Dick Dale e i Del-Tones.

Le radici mediorientali di Monsour vennero esaltate in particolare nei primi pezzi del chitarrista, in cui riecheggiavano i suoni esotici che imparò a conoscere fin dalla più tenera età. La commistione di sonorità lontane e di rock sarebbe diventato poi il suo marchio di fabbrica inconfondibile. Assieme ad una serie di tecnicismi legati al suo essere mancino  – proprio come Jimi Hendrix – e al suono “bagnato” della chitarra, dovuto all’impiego costante del riverbero. Un escamotage che regalava alle note l’effetto tipico delle canzoni surf. Pensate ai Beach Boys e a quel sound che ci trasporta immediatamente davanti a onde gigantesche. Dale sosteneva che fosse stato lui a (ri)creare il suono dell’oceano e a incastonarlo nei suoi brani pop. E non è un caso che Brian Wilson gli abbia dedicato un tweet pieno di affetto e sincera stima.

Il tweet di Brian Wilson per ricordare Dick Dale.

Lasciata la placida East Coast, a 23 anni Dale si trasferì in California e fondò i Del-Tones, con Ron Eglit al basso, Ron Fish alla batteria e Carl Verhein alla chitarra. Come si faceva a diventare famosi in poco tempo?  Semplice: riempiendo tutte le sere i locali come il Rendezvous Ballroom, una sala da ballo letteralmente presa d’assalto da centinaia di giovani che erano conquistati dal re della Surf Guitar. Poteva bastare per sfondare a Los Angeles e dintorni, ma non per diventare una star a livello nazionale, nonostante le diverse ospitate all’Ed Sullivan Show e una serie di successi, come Let’s Go Tripping, Surf Beat e Jungle Fear, che si facevano largo nelle classifiche.

Neanche la pubblicazione di un album nel 1962 (Surfer’s Choice) e firma del contratto con la prestigiosa Capitol Records riuscirono a dare a Dale l’attenzione che meritava. Con l’arrivo negli USA della cosiddetta British Invasion capitanata dai Beatles e con l’esplosione dei ben più travolgenti Beach Boys, Dale limitò le sue uscite, anche a causa di una grave malattia che gli fu diagnosticata. Tornò in pista, ormai guarito, sul finire degli anni Settanta quando aprì un night club a Riverside. La nomination ai Grammy come Best Rock Instrumental Performance per la cover di Pipeline suonata assieme a Stevie Ray Vaughan nel 1987 fu uno dei momenti più alti di una carriera segnata però dalla “collaborazione” con Quentin Tarantino che per Pulp Fiction volle appunto la sua Misirlou.

Dick Dale sul palco.

Un brano che incarnava alla perfezione lo spirito del Surfin’ e che metteva in luce le grandi capacità tecniche di Dale, i virtuosismi e la potenza di uno stile unico e che fu campionato anche in Pump It dei Black Eyed Peas del 2005. In un’intervista Dale rivelò di non saper molto di teoria, ma di aver ben chiaro a cosa dovesse somigliare la sua musica: «a una tigre, un vulcano, all’acqua» che lo sfiorava quando faceva surf. Suonare, per lui, era esprimere forza fisica. Insomma, quasi come fare una rapina in un diner.

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