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Caro Robin Williams, ma quanto è difficile riempire il vuoto della tua assenza

Il ricordo, i film, gli insegnamenti, quel volto e una lettera. Perché la nostalgia rimane ancora enorme

Robin Williams, che avrebbe compiuto settant'anni il 21 luglio.

MILANO – Caro Robin, come stai? Qui tutto corre senza posa e non c’è più tempo per nulla, nemmeno per il ricordo, nemmeno per il pensiero. La velocità ci ha reso insensibili, crediamo di partecipare e invece digitiamo, crediamo di appartenere e siamo semplicemente tante isole. Anche davanti a film e serie spesso accade lo stesso e, in mezzo a franchise, cinecomics, sequel, reboot e esistenze di celluloide che non ci somigliano affatto, ecco, spesso ritorni alla mente proprio tu. E basta poco: un frame, una voce, il titolo di un film, un personaggio che ti somiglia ed eccoti lì, con quello sguardo buono e un sorriso che valeva mille abbracci.

Caro Robin, fragile concentrato d’umanità, a un certo punto hai smesso di essere solo un volto, uno dei tanti che Hollywood ci mandava. Per noi, chiusi in un cinema a fare i conti con l’adolescenza, eri l’età adulta che avremmo voluto essere, l’insegnante giusto (in mezzo a tanti sbagliati) che indicava la direzione da seguire, lo zio buono che ci asciugava le lacrime davanti a scuola. Quante cose avremmo voluto dirti Robin, quante giornate hai salvato dal nulla della provincia, quante lezioni di vita impartite senza nemmeno saperlo. E volerlo. No, non abbiamo mai potuto ricambiare, non abbiamo mai nemmeno potuto dirtelo a voce che grazie a te, solo grazie a te, riuscimmo a vedere una porta dove per tutti c’erano solo muri.

Caro Robin, adesso sono passati sette anni, ma qui non c’è tempo nemmeno per il ricordo, solo notizie che si macinano, cose che durano un attimo, frasi utili a gonfiare un’era digitale sempre più vuota che fagocita tutto e non lascia addosso nulla. Ma se è vero – com’è vero – che non si vive senza vite prestate, basta un tuo film che passa in televisione o riscoperto in streaming per ritrovare quel vecchio amico che divenne porto in tempi di tempesta. Le pagine strappate di John Keating, sì, ma anche il matto saggio de La leggenda del re pescatore, il deejay anarchico di Good Morning Vietnam, l’alieno Mork, il papà di Mrs. Doubtfire, e Hook, e Will Hunting, e Garp.

Caro Robin, insomma, hai capito cosa volevamo dire e non staremo qui a farla tanto lunga, anche perché sono solo parole che non serviranno a nulla, eppure sentivamo che in un momento in cui tutti prendono e in cui nulla sembra mai abbastanza, ecco, forse era proprio questo l’attimo in cui ridare qualcosa. Ci hai insegnato l’infinito potere della risata, ci hai liberato l’immaginazione a colpi di battute e smorfie, e il rimpianto più grande è pensare che tutto questo non ti sia bastato, che dentro ti era rimasto un baratro su cui hai tentato di danzare fino all’ultimo istante. E perché adesso il ricordo della tristezza rimane ancora tristezza e quello della felicità non è più felicità, ma nostalgia?

Insomma Robin, ecco, era solo questo, anzi, anche troppo, volevamo chiuderla molto prima questa lettera, ma non ci siamo riusciti. Era solo per dirti che per noi mica te ne sei andato, che sei sempre qui, da qualche parte, nascosto, forse per l’ennesimo scherzo, forse per saltare fuori all’improvviso, ennesimo sberleffo a un mondo che non ti meritava. Non succederà, lo sappiamo, e allora non ci rimane che usare e cambiare le parole che Campanellino ti sussurrava in quella scena di Hook, te la ricordi?: «Sai quel luogo che sta fra il sogno e la veglia, dove ti ricordi ancora che stavi sognando?». Ecco, quello è il luogo dove noi ti aspetteremo sempre, Robin Williams.

Good Morning Vietnam e il saluto su What A Wonderful World:

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