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Caro Robin Williams, ma quanto è difficile riempire il vuoto della tua assenza

Il ricordo, i film, gli insegnamenti: perché quattro anni dopo la nostalgia rimane ancora enorme

Caro Robin, qui tutto corre e non c’è più tempo per nulla, nemmeno per il ricordo. La velocità ci ha reso insensibili, crediamo di partecipare e invece digitiamo, crediamo di appartenere e siamo semplicemente tante isole. Anche al cinema spesso succede così e, in mezzo a franchise, cinecomics, sequel, reboot e esistenze di celluloide che non ci somigliano, spesso ritorni alla mente proprio tu. E basta poco: un frame, una voce, il titolo di un film, un personaggio che ti somiglia ed eccoti lì, con quello sguardo buono e un sorriso che valeva mille abbracci.

Caro Robin, fragile concentrato d’umanità, a un certo punto hai smesso di essere solo un volto, uno dei tanti. Per noi, chiusi in un cinema a fare i conti con l’adolescenza, eri l’età adulta che avremmo voluto essere, l’insegnante che indicava la direzione da seguire, lo zio buono che ci asciugava le lacrime davanti alla scuola. Quante cose avremmo voluto dirti, quante giornate hai salvato, quante lezioni di vita impartite senza nemmeno saperlo e volerlo. Non abbiamo mai potuto ricambiare, non abbiamo mai nemmeno potuto dirtelo che grazie a te riuscimmo a vedere una porta dove per tutti c’erano solo muri.

Caro Robin, adesso sono passati quattro anni, ma qui non c’è tempo nemmeno per il ricordo, solo notizie che si macinano, cose che durano un attimo, frasi utili a gonfiare un’era digitale sempre più vuota che fagocita tutto e non lascia addosso nulla. Ma se è vero – com’è vero – che non si vive senza vite prestate, basta un tuo film che passa in televisione per ritrovare quel vecchio amico che divenne porto in tempi di tempesta. Le pagine strappate di John Keating, il matto saggio de La leggenda del re pescatore, il deejay anarchico di Good Morning Vietnam, ma anche l’alieno Mork, il papà di Mrs. Doubtfire, e Hook, e Will Hunting.

Caro Robin, non staremo qui a farla tanto lunga, anche perché sono solo parole che non serviranno a nulla, ma sentivamo che in un momento in cui tutti prendono e in cui nulla sembra mai abbastanza, ecco, forse era proprio questo l’attimo in cui ridare qualcosa. Ci hai insegnato l’infinito potere della risata, ci hai liberato a colpi di battute e smorfie, e il rimpianto più grande è pensare che tutto questo non ti sia bastato, che dentro ti era rimasto un baratro su cui hai tentato di danzare fino all’ultimo istante. E perché adesso il ricordo della tristezza rimane ancora tristezza e quello della felicità non è più felicità, ma nostalgia?

Caro Robin, ecco, era solo questo, anzi, anche troppo, volevamo chiudere prima questa lettera. Era solo per dirti che per noi mica sei andato via, che sei sempre qui, da qualche parte, nascosto, forse per l’ennesimo scherzo, forse per saltare fuori all’improvviso, ennesimo sberleffo a un mondo che non ti meritava. Non succederà, lo sappiamo, e allora non ci rimane che usare e cambiare le parole che Campanellino ti sussurrava in quella scena di Hook, ricordi?: «Sai quel luogo che sta fra il sogno e la veglia, dove ti ricordi ancora che stavi sognando?». Ecco, quello è il luogo dove ti aspetteremo sempre, Robin Williams.

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Good Morning Vietnam e quel saluto su What A Wonderful World di Louis Armstrong:

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