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Be My Voice | La voce delle donne iraniane dentro un documentario

Una voce fa paura al regime iraniano: quella di Masih. Nahid Persson ha deciso di raccontarla

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Be My Voice: la voce di una, cento, mille donne iraniane

MILANO – C’è una guerra in corso, fatta non con i fucili e carri armati, ma con l’oppressione, il manganello e la prigione. Una guerra  in cui sono coinvolte in prima persona le donne dell’Iran, quelle che contro il regime iraniano, mascherato da repubblica, hanno deciso di alzare la voce. Sono tante – migliaia – e non hanno intenzione di abbassare ancora una volta il capo sotto le minacce di chi le vuole controllare. Non è facile parlarne, perché ne sappiamo così poco, anche se vogliamo sempre far apparire il contrario. Allora ci ha pensato Nahid Persson con il suo meraviglioso Be My Voice – finalmente nelle sale italiane – a raccontarle attraverso la voce che porta le loro storie anche qui, in Occidente.

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Masih Alinejad, la giornalista e attivista iraniana protagonista di Be My Voice

Il suo nome non è tanto conosciuto, anche se in milioni seguono il suo lavoro sui social. Masih Alinejad è nata come giornalista in Iran e ha continuato come attivista negli Stati Uniti. Riceve circa 1500 messaggi al giorno da donne iraniane che documentano i soprusi di sempre: c’è chi viene arrestata per aver cantato in strada, chi viene condannata a più di vent’anni di prigione per aver distribuito fiori nella metropolitana, chi viene torturata, sfregiata e uccisa per non attenersi a regole create dagli uomini in nome della religione. E lei li condivide, ne parla, denuncia. Le parole di Masih colpiscono tutti. Il regime iraniano, sì, ma anche un Occidente che nasconde la sua ipocrisia dietro il rispetto culturale. È lei stessa a chiederlo alle donne della politica che visitano il Paese: non indossate il velo. Non è la nostra cultura. Non siate complici.

Nahid Persson e Masih Alinejad in una scena di Be My Voice

Nahid la segue per alcune settimane, ne documenta le giornate, il suo lavoro. Masih le mostra i video che arrivano, uno dopo l’altro. Ed è solo stando con lei per un’ora e mezza che, lontani dalla strumentalizzazione e dall’ipocrisia, iniziamo a capire quanto quella che chiamiamo la “condizione femminile” nei Paesi del Medio Oriente sia una questione più profonda di quanto immaginiamo. E Masih, in mezzo all’aver perso la sua famiglia – che l’ha rinnegata, tranne il fratello – e il dolore che ogni giorno passa davanti ai suoi occhi, non perde il suo spirito, e nemmeno il sorriso. È incredibile vedere la sua forza e la sua energia quando in giardino dice: «Se tutti piantassimo un seme, il mondo sarebbe pieno di fiori». La violenza che non riesce a generare rancore, solo tanta voglia di reagire.

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Masih Alinejad in una scena di Be My Voice

Be My Voice non va, e non può essere commentato, perché non possiamo capire fino in fondo (e forse nemmeno in superficie) cosa si prova quando si viene fermate per strada perché il volto è troppo scoperto, o quando una madre grida: «Gente di tutto il mondo, perché state in silenzio?» dopo che la figlia è stata uccisa perché rifiutava l’obbligo di coprirsi. Nahid e Masih ce lo raccontano, ce lo mostrano, e l’unica cosa che possiamo fare è solo una: ascoltare. Per una volta non parlare, non esprimere un’opinione, prende coscienza di una realtà troppo spesso generalizzata toccandola quasi con mano. Non diremo nemmeno che Be My Voice è necessario, perché è una parola fin troppo abusata per descrivere l’importanza di testimonianze come questa.

Dietro le quinte di Be My Voice

La storia di Masih è quella di qualsiasi donna che nel corso della Storia abbia provato a cambiare lo status quo. Anche le storie e i miti che abbiamo creato ce lo insegnano. Eva che mangia la mela. Pandora che apre la scatola. Non c’è mai stata umanità senza un pensiero sanguinante e proibito, un pensiero che, solitamente, è stato quello delle donne. E cosa rimane, allora, di una società sorda alle ragioni di chi lotta per cambiare la propria condizione? Gli uomini scrivono tomi di conoscenza e sentenziano leggi in cui prevarica il più forte. Non parlare. Non camminare. Non crescere. Ma è un racconto a cui è arrivato il momento di cambiare il finale. «Se tutti piantassimo un seme, il mondo sarebbe pieno di fiori»: Masih l’ha capito, e vuole farlo capire anche a noi.

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L’intervista di Hot Corn con la regista Nahid Persson: 

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