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Horror Corn: Il buio e la mostruosità del quotidiano di Babadook

Tra dramma familiare e horror psicologico: perché il film di Jennifer Kent è un’opera da (ri)vedere

Ossessivo e ripetitivo, profondo, perturbante e viscerale. Chi è il Babadook? Il mostro che conserviamo fino da piccoli nella nostra cameretta. Un inquietante gentiluomo dotato di cilindro che bussa prima di affacciarsi sul nostro inconscio, una sorta di Nosferatu che scompare e riappare come un incubo a occhi aperti con cui siamo costretti (inconsapevolmente) a convivere. Per il piccolo Samuel si tratta dell’assenza di un padre che non ha mai potuto conoscere; per la madre Amelia (l’ottima Essie Davis) è il dolore di un marito che ha perso, ma anche il vuoto incolmabile di un’ideale realizzazione familiare che ora si rivela incompleta, irrealizzabile, traumatica.

Essie Davis e Noah Wiseman in una scena del film.

Dopo un inizio di millennio privo di horror memorabili, l’esordio di Jennifer Kent è lo shock emotivo che torna a confrontarsi con le paure e le fragilità dell’infanzia, con i buchi neri affettivi della crescita e con la mostruosità del quotidiano. Uscito nelle sale tre anni fa e presentato all’edizione del Sundance del 2014 (qualche mese prima dell’altro baluardo del cinema dell’orrore degli ultimi anni, It Follows), Babadook – distribuito in Italia da Koch e Midnight Factory e ora su CHILIricolloca un genere che stava deragliando verso demoni, vampiri, streghe e le futilità del mockumentary nella categoria più nobile, quella delle opere in grado di penetrare nel rimosso e portarci, di conseguenza, a fare i conti con i nostri limiti.

Il Babadook

Evitando le più banali e stereotipate soluzioni visive e sonore, la regista – qualche mese fa alla Mostra di Venezia con il caso The Nightingale – si concentra in modo particolare sulla scrittura e sulla caratterizzazione dei personaggi, sulla genesi di un’atmosfera irrequieta e nervosa, sempre più colma di disagio e disperazione, nella quale le urla frastornanti del piccolo e straordinario protagonista Noah Wiseman si incollano a un sentimento interiore che a tratti sembra non riuscire a contenere l’ansia che viene gradualmente accumulata.

Una scena di Babadook.

Dramma interno e psichico che si regge su un labile filo di razionalità, Babadook fa paura per un motivo molto semplice: non spaventa nell’immediato ma si insinua come una minacciosa infezione nel lato più oscuro e sconosciuto della nostra anima. Un terribile, cupissimo saggio cinematografico sui fantasmi, sulla malattia della paranoia, sulla sua presenza costante, talmente nero da obbligare a far scatenare una reazione da parte dello spettatore. Un racconto morale, in fondo: affrontare il buio è l’unica maniera possibile per credere ancora in uno spiraglio di luce.

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