ROMA – Un viaggio dentro l’inconscio del protagonista: dal congelato isolamento dovuto a un profondo trauma, fino alla tempesta, metafora di una liberazione interiore prima del ritorno alla pace. In mezzo, scenari di straordinaria bellezza che rimandano al mondo onirico, come se lo spettatore potesse partecipare ai sogni e al profondo percorso di guarigione del protagonista. Anemone è il film d’esordio di Ronan Day-Lewis, presentato in anteprima al New York Film Festival e successivamente ad Alice nella Città, scritto insieme al padre Daniel Day-Lewis. Il film è al cinema dal 6 novembre.

La pellicola racconta la storia di Ray, un ex militare britannico segnato dai crimini di guerra commessi in Irlanda del Nord. Ambientato nel nord dell’Inghilterra, il film è un dramma familiare che esplora i legami tra fratelli, padri e figli, concentrandosi sul rapporto tra Ray e Jem.Ray (interpretato da Daniel Day-Lewis) vive isolato nei boschi come un eremita, sopraffatto da un passato traumatico che lo ha spinto all’autoesilio. Jem (Sean Bean), rifugiatosi nella fede e sposatosi con l’ex moglie del fratello, decide di andarlo a trovare per convincerlo ad affrontare i propri fantasmi e a riallacciare i rapporti con il figlio Brian.
Anemone affronta con grande delicatezza il tema della famiglia e del superamento del trauma, ma anche quello di un passato irrisolto che continua a pesare sulle vite dei protagonisti. Le difficoltà del figlio diventano per Ray il motore che lo spinge a uscire da quella “tana” di rabbia e senso di colpa che lo aveva isolato dal mondo. È però l’incontro con Jem, a richiamarlo alla realtà: il fratello funge da guida, da traghettatore verso la rinascita, accompagnandolo con silenzi, condivisioni e dialoghi profondi in un viaggio nel cuore della sua anima, fino all’esplosione liberatoria. All’inizio burbero e respingente, Ray si ammorbidisce poco a poco, quasi regredendo a una purezza infantile e riscoprendo il legame fraterno. I dialoghi scorrono lentamente, con naturalezza, fino a giungere al nodo centrale del racconto. Jem è paziente: si siede accanto a lui, mangia con lui, ride con lui, ma soprattutto parla con lui. Il passato riemerge in tutta la sua crudezza, passando per i traumi dell’infanzia – gli abusi di un prete pedofilo, la violenza dei genitori – fino alla rivelazione finale, in cui Ray si libera di un peso che forse non aveva mai condiviso con nessuno. L’interpretazione di Daniel Day-Lewis è magnetica: anche nelle scene più silenziose e apparentemente “vuote”, la sua presenza cattura lo sguardo grazie a minime variazioni di espressione e a una gestualità misurata. La fotografia di Ben Fordesman, incornicia i volti dei protagonisti, restituendo atmosfere di montagna e isolamento. Accanto a lui, Sean Bean duetta con intensità e misura, rendendo toccanti i momenti di confronto e le pause cariche di significato.
Anemone è la rappresentazione di un processo psicologico: un cammino interiore lento, che culmina in una vera e propria tempesta di grandine – simbolo di una distruzione dolorosa e necessaria per rinascere – Ray e Jem si rifugiano correndo e poi ridono. Le immagini oniriche ci trasportano nell’inconscio di Ray, in un lavoro visivo e narrativo che Ronan Day-Lewis dirige trasformando l’elaborazione del trauma – che spesso riaffiora nei sogni di chi deve superarlo – in poesia. A completare il tutto, la colonna sonora originale e contemporanea, di forte bellezza di Bobby Krlic, che amplifica le emozioni e conferisce ulteriore profondità alla narrazione. A tratti Anemone può apparire eccessivo nelle sue lunghe attese, ma non smette mai di evolversi, fino a un finale che commuove profondamente. Quando le luci si riaccendono, resta la sensazione di aver assistito a qualcosa di intenso e potente, un’esperienza cinematografica che fa riflettere.
LEGGI ANCHE:





Lascia un Commento