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Venticinque anni senza Charles Bukowski, che del cinema non ne voleva sapere

Lo scrittore e poeta non amava la Settima Arte. Eppure, la ha influenzata come pochi altri

«Hollywood è più scema, più crudele e più stupida di tutti i libri che ho letto a riguardo […]. Ci Sono troppe mani che diriggono, troppe dita nel piatto […]. Sono golosi e cattivi […]». Nella diretta visione della vita, Charles Bukowski, che se ne andava il 9 marzo di venticinque anni fa, non è stato un fan del cinema e, come da lui spesso dichiarato, aborrava del tutto le dinamiche hollywoodiane. Del resto, il poeta, il romanziere, il cantastorie che amava il fegato, lo sporco, il reale, non ha mai digerito le regole umane, figuriamoci una realtà condensata in un paio d’ore di immagini. Eppure, la sua Los Angeles putrida e infestata dall’andirivieni di personaggi barcollanti e sconfitti, il voler fregare la Signora Morte a suon di risate, la solitudine stordita dal sesso e dal bourbon, sono una perfetto filmato (in Super8) della decadenza del XX Secolo, descritti senza fronzoli nei racconti e nelle composizioni che ignorano regole e cielo, buttando l’inchiostro su un panorama brutale, ironico e disilluso.

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Heineken lasciate a metà, sigarette, Linda Lee Beighle e quella t-shirt che non ti aspetti

Eppure, la settima arte, nonostante sia perfetta per i personaggi dello “sporcaccione” Henry “Hank” Chinaski – lo pseudonimo protagonista di Post Office, Factotum, Donne e molti altri romanzi e racconti –, ha sempre trovato in lui poco entusiasmo. Il motto, non propriamente stimolante, era: “Volete farne un film? Fate come vi pare, non mi importa niente”. In fin dei conti parliamo di Bukowski: lo amiamo per il suo sapersi mettere al di sopra delle regole e dei dogmi, come un dio minuscolo che osserva beffardo il carrozzone sgangherato dei personaggi trainato da se stesso. E, nonostante tutto, Hank, al cinema c’è stato diverse volte – tutte poco ricordate – con film, documentari, citazioni, omaggi. Così come un certo cinema ha preso continuamente spunto dalle sue sfumature.

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Uno dei tanti murales che potete trovare per le strade di Downtown. Photo Credits: Katie Orphan per Literary Hub

Per capire il rapporto di Bukowski con lo schermo dobbiamo partire da Hollywood, Hollywood!, dove Chinanski – con cinque gatti e una BMW nera, “la macchina dei duri” – raccontava l’epopea, il weird e la noia mentre andava avanti la produzione di Barfly – Moscone da Bar, di cui firmò, nel 1987, la sceneggiatura. Il film, diretto da Barbet Schroeder, passò a Cannes, e ad interpretare Chinaski troviamo un perfetto Mickey Rourke. Scrittore fallito, lurido, ubriacone, preso a pugni dalla vita e dalle donne. Insomma, la performance di Rourke salva l’unico film – ma doveva esserci Sean Pean, che si offri per la parte volendo solo un dollaro di cachet – dove lo stesso Bukowski ha messo direttamente mano.

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Fannye Dunaway e Mickey Rourke. Al centro, Henry Chinaski

Altro tentativo ambizioso e da riscoprire – nonostante Bukowksi lo abbia più volte attaccato – è Storia di Ordinaria Follia (e lo trovate qui su CHILI) diretto da Marco Ferreri. Tratto dalla sua omonima raccolta di storie, nei panni di Chinaski (nel film Charles Serking) c’è Ben Gazzara, innamorato di Cass (Ornella Muti!), in una sbronza di vita, erotismo, distruzione e morte, dove Bukowski in persona compare anche con una battuta. Film dimenticato quello di Ferreri (con ben quattro David di Donatello, ricordiamolo), come è stato dimenticato l’unico – a detta di Hank – film apprezzato dallo scrittore: Crazy Love – Compagni di Sbronza, frimato da Dominique Deruddere sul calar degli Ottanta, ispirato a tre storie di L’Amore è Come un Cane che Viene dall’Inferno. Pellicola finita nell’oblio, dove, il belga Josse De Pauw, si calava nelle svolte sessuali di un uomo, tra gioventù, maturità e declino.

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Ben Gazzara e Ornella Muti al bancone del bar di Storia di Ordinaria Follia

Cinema – e citiamo anche Factotum, dove Matt Dillon da volto al fumo e al bicchiere di Chinaski –, ma pure citazioni, omaggi, ricordi. Pensiamo al mitico Hank Moody di Californication (il personaggio di David Duchovny è un chiaro rimando allo scrittore), all’affetto dell’amico Sean Pean, che gli ha dedicato un commovente I Miss You alla fine di 3 Giorni per La Verità con Jack Nicholson (e che potete rivedere qui) e ai documentari che lo hanno raccontato. Tra i tanti, uno da non perdere: You Never Had It, presentato a Venezia nel 2016. Quarantacinque minuti di invervista con Hank e la giornalista Silvia Bizio nel 1981 a San Pedro, insieme a Linda Lee Beighle, sua futura moglie, e all’amato gatto bianco.

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Bukowski, Linda Lee Beighle e il loro gatto nella casa di San Pedro

Bukowski a ruota libera, con le mani occupate da una sigaretta sempre accesa e da un bicchiere sempre colmo, a raccontare, stropicciato e strascinato, la strada e le nuvole per lui troppo alte, quella foto con un Hemingway sbronzo, la sessualità sua e di Boccaccio, la devozione per John Fante. In You Never Had It (che trovate qui) ci sono le poesie e la filosifia pulp, in un gioco di immagini su una Los Angeles che non ha nulla a che fare con i dreams. E quella mordente e rivelatoria verità, pronunciata da Hank come un amen caustico e sporco: «La razza umana non è granché, non è mai migliorata, da quel che ricordo». Henry Charles “Hank” Bukowski Jr., uno che non amava il cinema, ma amava tanto dire la verità.

Storia di Ordinaria Follia, l’omaggio di Sean Pean in 3 Giorni per la Verità e You Never Had It – Un Serata con Bukowski: potete vedere i titoli su CHILI.

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