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Adriano De Maio: «Il cinema cambia, ma sarà sempre il pubblico a scegliere il futuro»

Il Direttore Cinema e Serie TV della Rai, riflette sul futuro dell’audiovisivo tra sala, televisione, piattaforme e intelligenza artificiale, senza dimenticare ciò che nessuna tecnologia potrà mai sostituire: il cuore di chi crea.

VENEZIA – Cinema, televisione, piattaforme e intelligenza artificiale. In un audiovisivo che cambia pelle con una velocità forse mai vista prima, Adriano De Maio osserva questa trasformazione da un punto di vista privilegiato. Direttore Cinema e Serie TV della Rai, ha attraversato il mondo dello spettacolo ricoprendo ruoli diversi, prima di arrivare a quello che oggi lo pone davanti a una delle sfide più delicate: costruire un’offerta capace di tenere insieme il servizio pubblico, il cinema e un pubblico dalle abitudini profondamente mutate. Alla vigilia della Mostra di Venezia, abbiamo parlato con lui del futuro della sala, del ruolo della televisione generalista, del rapporto non semplice con le piattaforme e di quella componente che, secondo De Maio, nessuna tecnologia potrà sostituire: il cuore di chi crea.

Direttore De Maio le chiedo una cosa da cui nessuno di noi può forse esimersi oggi. La Mostra di Venezia è ancora il luogo dove si capisce il futuro del cinema?

Quando ho iniziato il mio percorso nel mondo dello spettacolo, all’inizio come giovanissimo presentatore e performer, il mio obiettivo era ottenere un primo passaggio televisivo sui canali Rai. Era il 1985. Come per tanti miei coetanei ed artisti “l’obiettivo Rai” era il sigillo, il bollo che avrebbe sancito la mia esistenza nell’ambito di “un futuro possibile per la tv”. Per la dura legge dello spettacolo, infatti, il “futuro” è stato di chi è riuscito ad entrare nel giro. Trasferendo il ragionamento alla Mostra del Cinema di Venezia possiamo affermare che essa rappresenta oggi, in modo simile, lo “Stargate” per eccellenza del sistema cinema. Tutti sperano di attraversare la Mostra con il loro progetto classico o visionario che sia, ma attenzione, sarà sempre il pubblico a decidere. Possiamo comporre la giuria con i cervelli più vari, ma sarà il pubblico stabilire cosa sarà il futuro o cosa non lo sarà. Rimane comunque il dovere, come per la Rai, di offrire più prodotti, più qualità, perché il pubblico possa entrare in sintonia con la realtà. La Mostra del Cinema di Venezia va sempre verso il futuro, con la propulsione del cinema del passato, che si rinnova e cambia grazie al pubblico che ricorda. Avere un magazzino ricco di film equivale ad avere una cineteca dalla quale estrarre le pagine del presente e la Mostra ci permette di guardare alla realtà del futuro. Ogni anno in contemporanea con la Mostra programmiamo film che ripercorrono la storia della rassegna.

Negli ultimi anni la Rai ha ribadito con forza il proprio ruolo a sostegno del cinema italiano. Oggi, in un panorama completamente cambiato, quale pensa sia la responsabilità del servizio pubblico nei confronti del nostro cinema?

Ho avuto l’opportunità di vivere il mondo del cinema come attore, come regista di cortometraggi (che non interessavano a nessuno), prima della mia attuale esperienza di Direttore Cinema e Serie TV della Rai. Questo percorso mi ha fatto capire che Il tema del cinema italiano di oggi è il “finanziamento”. La Rai, attraverso le sue diramazioni di genere, come Cinema e Serie, la Fiction e i Documentari, attraverso la sua consociata Rai Cinema, rende possibile proprio questo. Una volta il cinema si reggeva sui “Produttori” con la P maiuscola, Uomini coraggiosi che investivano in solido per produrre un film, mettevano i loro soldi, andavano in banca ed ipotecavano la propria casa. Oggi la figura del Produttore è più esecutiva, in molti casi è un Direttore Finanziario che raccoglie i fondi. In questo scenario la Rai è una certezza, da cui proviene una grande responsabilità che io ed i miei colleghi percepiamo quotidianamente.

Lei ha più volte sottolineato l’importanza della televisione generalista come alleata del cinema. Oggi che piattaforme, streaming e consumo on demand hanno modificato le abitudini del pubblico, crede che la sala possa ancora restare il luogo privilegiato dell’esperienza cinematografica?

La televisione è l’opportunità per il cinema, soprattutto in Italia, la Direzione Cinema e Serie Tv programma 40.000 ore l’anno di Film. Più di 250 prime serate l’anno sulla tv generalista, un lavoro enorme. Una grande occasione per vari motivi. Non si riduce tutto agli spazi promozionali, la programmazione dei film sul piccolo schermo è un linguaggio, che su un canale offre evasione e sull’altro offre riflessione. Questo linguaggio crea un interesse per il Cinema che non può che giovare anche alle sale. Se non ci fosse la televisione ed il film in tv noi non avremmo uno sguardo coerente sul mondo del cinema capace di coinvolgere le grandi masse, uno sguardo capace di spingerle verso i luoghi fisici dove l’esperienza è completa perché condivisa.

Il mio personale pensiero sulle piattaforme in generale è molto critico. RaiPlay è una piattaforma egualitaria, con un’offerta immensa, che completa e valorizza l’offerta lineare dei canali generalisti e tematici Rai, oltre ovviamente a proporre molte cose esclusive. Le piattaforme a pagamento invece sono “chiuse” e rompono quell’equilibrio faticosamente cercato (e a mio avviso trovato) tra il salotto di casa e le sale cinematografiche. Il pubblico ama l’intimità familiare del piccolo schermo almeno quanto ama la socialità ritualizzata dell’andare al Cinema. Le piattaforme a pagamento al contrario rompono questo equilibrio, radicalizzando l’individualità e spingendo il pubblico verso un tipo di fruizione bulimica, similmente a quello che vediamo con i social. Le piattaforme “chiuse” hanno spasmodicamente riempito il loro palinsesto con miriadi di prodotti di tutti i generi, difficili da scegliere da parte del pubblico. Ma il danno più grave è che nascondono prodotti molto belli che il pubblico non potrà visionare se non abbonato. Ho incontrato molti registi che sperano di poter vedere i loro capolavori (prodotti per le piattaforme) sulla tv generalista. Ci stiamo lavorando. Lo vedrete già all’inizio di questa stagione televisiva.

Negli ultimi anni il pubblico sembra cercare sempre di più storie capaci di attraversare più linguaggi: cinema, serie, documentari. Come cambia il lavoro di chi oggi deve costruire un’offerta editoriale così ampia?

Le storie sono tante, e mai troppe, grazie alla tecnologia è possibile creare un film, un documentario con poco, e grazie ai nuovi strumenti social far sapere che c’è, ma per arrivare al grande pubblico è fondamentale il supporto della Tv generalista. Film, docufilm, fiction, docufiction, ci sono tanti modi per raccontare, e presto vedremo le serie verticali. L’ingrediente è sempre lo stesso, senza la passione non si realizza un buon prodotto. Il film, un programma televisivo, un documentario, un cartone animato per arrivare al pubblico deve avere “il cuore”, che è dato dal gruppo che ci lavora. Questo fa la differenza, non il singolo titolo o la semplice storia.

L’intelligenza artificiale è ormai entrata anche nel dibattito sull’audiovisivo. Da dirigente, la vede più come uno strumento a disposizione della creatività o come una sfida da governare con attenzione?

Gli sceneggiatori avevano già previsto tutto, abbiamo visto in pellicole di successo l’intelligenza artificiale prendere il sopravvento, e gli stessi sceneggiatori hanno raccontato come essa sia stato uno strumento utile. Fortunatamente il cinema è realizzato da persone, e l’IA non può e non deve sostituire il cuore di cui parlavo prima. Poi se ci pensate bene l’IA può solo elaborare il passato. Elaborare l’esistente. Non potremo fare a meno di un Leonardo Da Vinci. Poi la denominazione dice tutto, Intelligenza Artificiale, l’uomo tuttavia non rinnegherà mai il suo diritto del tutto naturale di essere un po folle.

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