TROPEA – Un festival non si misura soltanto dai film che presenta o dai nomi che riesce a portare sul red carpet. A volte il risultato più importante è ciò che lascia quando le luci si spengono. È da questa idea che Emanuele Bertucci sta costruendo il percorso del Tropea Film Festival, arrivato alla sua quarta edizione e cresciuto insieme al rapporto con la città che lo ospita. Produttore e direttore artistico, Bertucci immagina il festival come un punto d’incontro tra cinema e territorio, memoria e innovazione, formazione e nuove opportunità. Con uno sguardo rivolto soprattutto ai giovani, ai quali chiede meno fretta e più curiosità, e con un’ambizione precisa: fare in modo che un giorno, pensando a Tropea, accanto al mare venga naturale pensare anche al cinema.
In pochi anni il Tropea Film Festival è cresciuto molto. Qual è stata la sfida più difficile nel trasformare un’idea in un appuntamento riconosciuto?
La sfida più difficile è stata trasformare un’idea in qualcosa che il territorio percepisse come proprio. Organizzare un festival significa trovare risorse, ospiti, film, partner, ma la vera difficoltà è costruire credibilità. Nel 2023 siamo partiti con una visione molto chiara: non volevamo semplicemente portare qualche personaggio del cinema a Tropea per alcuni giorni, ma creare un appuntamento che avesse una propria identità e che crescesse anno dopo anno. Per farlo occorre mantenere le promesse, anche quando è complicato. Oggi siamo alla quarta edizione e cominciamo a raccogliere i frutti di quel lavoro: il Festival è cresciuto, sono cresciuti gli ospiti (La madrina di questa edizione sarà Desirèe Pöpper), l’attenzione dei media, il rapporto con le istituzioni e soprattutto il coinvolgimento della città. Ma continuo a considerarlo un progetto in costruzione.
Lei parla spesso del rapporto tra cinema e territorio. Quando un festival riesce davvero a valorizzare il luogo che lo ospita?
Quando non usa il territorio semplicemente come scenografia. Tropea è bellissima e sarebbe facilissimo limitarsi a mettere un red carpet davanti al mare e dire di aver valorizzato la città. Per me è molto di più. Un festival valorizza il territorio quando produce economia, quando coinvolge alberghi, ristoranti, commercianti, associazioni, studenti e imprese, quando porta persone che magari non sarebbero venute e quando racconta quel luogo al resto d’Italia. Nell’ultima edizione, per esempio, per i soli ospiti del Festival abbiamo coinvolto 37 strutture ricettive, generato 590 pernottamenti e oltre 1.200 tra pranzi e cene, ai quali va aggiunto tutto ciò che gli ospiti hanno speso autonomamente sul territorio. E poi c’è un valore meno facilmente misurabile, ma forse ancora più importante: quello dell’immagine. Quando Tropea entra nei servizi del TG2, del TG3, nelle radio nazionali, sulle testate cinematografiche e sui grandi media, non stiamo comunicando soltanto un Festival. Stiamo comunicando una destinazione. È questa la mia idea di marketing territoriale attraverso il cinema.
Nel vostro festival convivono tradizione e innovazione, fino ad aprire anche alle opere realizzate con l’intelligenza artificiale. Come si trova il giusto equilibrio tra questi due mondi?
Credo che il cinema sia sempre stato tecnologia e innovazione. Lo era quando si è passati dal muto al sonoro, dal bianco e nero al colore, dalla pellicola al digitale. Oggi l’intelligenza artificiale rappresenta probabilmente una nuova frontiera e sarebbe poco intelligente, paradossalmente, fingere che non esista. Questo però non significa rinunciare alla centralità dell’uomo. L’intelligenza artificiale può essere uno strumento straordinario, ma ciò che mi interessa è capire chi la utilizza, perché la utilizza e cosa riesce a raccontare attraverso di essa. Al Tropea Film Festival possiamo celebrare nello stesso momento Raf Vallone e Marilyn Monroe e aprire una finestra sulle nuove forme di produzione audiovisiva. Non vedo una contraddizione. Al contrario, credo che un Festival debba custodire la memoria del cinema e contemporaneamente interrogarsi su ciò che il cinema diventerà.
Da produttore e direttore artistico, qual è l’errore che vede commettere più spesso ai giovani registi?
Pensare prima al film da realizzare e solo dopo al pubblico al quale quel film dovrebbe parlare. Vedo molti giovani tecnicamente preparatissimi e con una cultura dell’immagine straordinaria, ma qualche volta troppo concentrati sull’esercizio stilistico. Un’inquadratura bellissima non basta se dietro non c’è qualcosa da raccontare. E poi c’è un altro errore: avere troppa fretta. Si vuole dirigere immediatamente un lungometraggio, arrivare subito al festival importante, ottenere subito un risultato. Il cinema invece richiede tempo, esperienza e anche molti errori. Dico spesso ai ragazzi che un cortometraggio non è un film “minore”: può essere una palestra formidabile per imparare a scrivere, dirigere, lavorare con gli attori e soprattutto capire cosa si vuole davvero raccontare. Il talento è importante, ma senza disciplina e curiosità difficilmente diventa mestiere.
Guardando al futuro, quale contributo le piacerebbe che il Tropea Film Festival lasciasse al cinema italiano?
Mi piacerebbe che il contributo più importante fosse quello lasciato ai giovani. Ogni anno, durante la settimana del Festival, centinaia di studenti partecipano ai panel dedicati ai mestieri del cinema, incontrano attori, registi, produttori, sceneggiatori, direttori della fotografia e professionisti dell’audiovisivo. Per molti di loro è il primo vero contatto con un mondo che fino a quel momento hanno conosciuto soltanto attraverso uno schermo. Poi ci sono progetti come “Un corto per Tropea”, che permettono ai ragazzi di passare dall’ascolto alla pratica, di scrivere, girare, interpretare, produrre e raccontare il territorio attraverso il linguaggio cinematografico. È questo che vorrei restasse tra vent’anni: non soltanto un Festival conosciuto per i suoi ospiti o per il suo red carpet, ma un luogo nel quale qualcuno abbia scoperto la propria vocazione, incontrato un maestro, trovato un’opportunità o semplicemente capito che lavorare nel cinema poteva essere una possibilità concreta. Se un giorno un regista, un attore, uno sceneggiatore o un tecnico potrà dire “ho cominciato a pensarci davvero al Tropea Film Festival”, allora credo che avremo lasciato qualcosa di importante al cinema italiano. E naturalmente mi piacerebbe anche che, pronunciando Tropea, insieme al mare e alla sua bellezza, venisse spontaneo pensare al cinema.
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