VENEZIA – Ci sono personaggi che si interpretano e altri che, per qualche ragione, finiscono per lasciare qualcosa a chi presta loro il volto. A Irene Maiorino è successo più di una volta. È successo con Lila ne L’amica geniale, uno dei personaggi più complessi della letteratura contemporanea arrivato sullo schermo. E le è successo ancora con Grazia Deledda, interpretata in Quasi Grazia di Peter Marcias, film tratto dall’omonimo testo di Marcello Fois.
A Venezia, nell’anno in cui ricorre il centenario dall’assegnazione del Nobel per la Letteratura alla scrittrice sarda, Maiorino ha ricevuto una Menzione Speciale del Premio Donne del Cinema Italiano proprio per la sua interpretazione. Un riconoscimento arrivato, curiosamente, il giorno del suo compleanno. Ma parlare con lei di Deledda significa presto andare oltre il film. Perché nella sua carriera sembra essersi creato quasi inconsapevolmente un filo tra donne lontanissime tra loro, ma accomunate dalla capacità di resistere, affermare la propria voce e, in modi diversi, lasciare un segno.
Da Lila a Deledda, passando per Nadia in Portobello, Maiorino racconta di aver trovato nei propri personaggi una forza che oggi sente di ricevere indietro. E mentre guarda a un futuro professionale nel quale vorrebbe anche sorprendere e sorprendersi – magari allontanandosi radicalmente da ciò che ha fatto finora – la sua presenza alla Mostra è diventata anche occasione per prendere posizione sulla Palestina. Noi l’abbiamo incontrata per parlare di tutto questo.
Sei arrivata a Venezia e hai ricevuto una Menzione Speciale del Premio Donne del Cinema Italiano per la tua interpretazione in Quasi Grazia. Che significato ha per te questo riconoscimento proprio nell’anno in cui ricorrono i cent’anni dal Nobel assegnato a Grazia Deledda?
Sono felicissima di essere arrivata a Venezia, anche perché il premio è arrivato proprio il giorno del mio compleanno. Da tantissimi anni festeggio il 6 settembre qui, perché cade sempre nel periodo della Mostra, quindi tornare e ricevere un riconoscimento quel giorno è stato bellissimo. E soprattutto perché lo ricevo per Grazia Deledda. Per me significa tantissimo che accada proprio nell’anno del centenario del Nobel. Finalmente si stanno preparando diverse manifestazioni dedicate a lei, sarò invitata anche in Sardegna e a Londra, e ne sono molto felice. Sono contenta che l’interpretazione sia stata accolta così bene, anche per il lavoro che ho fatto sul sardo. Spero di averle reso l’onore che meritava e che merita, perché purtroppo ancora oggi si parla troppo poco di lei.
Quasi Grazia racconta Deledda attraverso momenti diversi della sua vita, cercando la donna oltre l’icona letteraria. Quale Grazia hai cercato di restituire attraverso la tua interpretazione e cosa hai scoperto di lei che non conoscevi prima di incontrare questo progetto?
A me è stato affidato il momento più giovane della sua vita, immediatamente dopo la sua partenza dalla Sardegna. Ho letto le sue biografie e i suoi scritti e ho cercato di lavorare su quella che poteva essere la dimensione più struggente di quella decisione. Perché, nonostante si sia sempre dimostrata una donna molto integra, credo ci fosse anche una malinconia nascosta. Mi affascina moltissimo pensare a quanto sia stata pioniera. Parliamo della fine dell’Ottocento: una ragazza giovanissima decide di lasciare la propria famiglia, poi di andare “nel continente”, come dicono i sardi, e lo fa soprattutto per legittimarsi attraverso il proprio talento. Non parte per un puro moto di ribellione: sotto quella ribellione c’è anche la rivendicazione di un talento. E credo sia qualcosa di fondamentale ancora oggi per tante donne. Di lei ho scoperto soprattutto questa fragilità. Mi capita spesso di interpretare grandi donne, ma credo che il mio lavoro consista anche nel cercare gli aspetti più emotivi, più irruenti. Nel film emergono, per esempio, nel rapporto con la madre. Perché dietro ogni durezza e ogni grande forza d’animo credo ci sia sempre anche una lotta interiore.
Dopo Lila ne L’amica geniale e ora Grazia Deledda, ti sei confrontata con due figure femminili molto diverse ma entrambe caratterizzate da una fortissima necessità di affermare la propria voce. Cosa cerchi oggi nei personaggi che scegli e quali storie senti di voler raccontare nella prossima fase del tuo percorso?
Da una parte mi considero anche un po’ sfortunata, perché faccio tanti provini e non sempre i ruoli poi mi vengono assegnati. Però sento molta stima intorno a me, ed è forse la cosa che mi gratifica di più. Vorrei lavorare di più, anche per potermi cimentare in cose molto diverse, ma sono davvero felice di questo anno, che tra l’altro non è ancora finito. C’è quasi un fil rouge tra queste donne così diverse nel tempo e nella storia: Nadia in Portobello, Grazia Deledda, Lila. Sono donne determinate che, pur attraversando enormi difficoltà, finiscono in qualche modo per fare la storia. Nadia fa la storia in Portobello, Lila è diventata parte della letteratura contemporanea, Deledda ha fatto la storia della nostra letteratura. C’è una forza d’animo, uno spessore, di cui sono molto grata. Io non credo di avere la loro stessa forza. Forse l’ho avuta maggiormente in passato e magari qualcuno l’ha riconosciuta in me affidandomi questi personaggi. Ma più cresco, più mi sento fragile. E attraverso di loro, invece, recupero molta forza e anche molta etica, che per me è fondamentale nel lavoro. Adesso, però, vorrei fare anche qualcosa di totalmente diverso. Quest’anno ho girato un film in Bulgaria che parla di intelligenza artificiale e mi ha portata dentro un ambito scientifico molto lontano da me. Se dovessi spararla grossa per rendere l’idea, direi che mi piacerebbe fare qualcosa alla Blade Runner: un cambiamento totale. Anche perché, guardando la direzione che stanno prendendo i tempi moderni, forse non siamo poi così lontani da quel mondo.
Sei arrivata a Venezia per il cinema, ma hai scelto anche di utilizzare la tua presenza al Festival per prendere parte a un momento pubblico legato alla Palestina. Quanto senti che, soprattutto in uno spazio così esposto come la Mostra, per un’artista sia importante decidere quando essere semplicemente interprete e quando invece prendere parola come persona?
Penso sia importantissimo che gli artisti prendano posizione, soprattutto quando ci troviamo davanti a quello che sta accadendo in Palestina, sotto gli occhi di tutti. Ho abbracciato diverse iniziative e mi ha colpito in particolare la richiesta di Venice4Palestine di issare anche la bandiera palestinese. Il fatto che quella bandiera mancasse mi ha colpita molto: sarebbe stato un gesto potentissimo proprio nella sua semplicità. Anche perché alla Mostra erano presenti film provenienti dalla Palestina e credo che anche attraverso gesti simbolici come questo si possa riconoscere e legittimare l’esistenza dello Stato palestinese. Mi è dispiaciuto non riuscire a vedere alcuni dei film che mi interessavano: ero a Venezia per lavoro soltanto per pochi giorni. Ma credo che questo sia un cinema necessario e che sia importante continuare a dargli spazio. Forse è proprio questo il filo che unisce tutto. Prendere parola. Farlo attraverso un personaggio, attraverso una storia, oppure scegliendo di esporsi in prima persona quando si sente che restare in silenzio non è più sufficiente. E, nel centenario del Nobel a Grazia Deledda, non è difficile vedere quanto una voce capace di attraversare il proprio tempo possa continuare a parlarci anche molto dopo.
LEGGI ANCHE




Lascia un Commento