ROMA – Ci sono film che nascono per raccontare una storia, e altri che nascono per mettersi in ascolto. Lasciatemi Morire Ridendo, l’opera di Massimiliano Fumagalli, appartiene a questa seconda categoria: un piccolo gioiello che non alza voce, ma lascia che siano il silenzio, gli occhi e i respiri a parlare. Al centro, la figura di Stefano Gheller — un uomo che ha scelto di affrontare la propria malattia con una lucidità disarmante, reclamando il diritto di decidere quando e come andarsene.
Nel seguire il suo percorso, Fumagalli non costruisce un film “sul” fine vita, ma “dentro” la vita stessa: una riflessione intima, civile e universale sul significato della libertà, della dignità e della scelta. In questa conversazione, il regista ci racconta com’è nato il film, il legame con Stefano e la responsabilità di trasformare un’esperienza così profonda in cinema.

Massimiliano, come è nato Lasciatemi Morire Ridendo? È stato Stefano a cercarti o sei tu ad esserti avvicinato alla sua storia?
«Il film nasce sicuramente da un interesse personale verso questa tematica. Ho conosciuto Stefano quasi per caso, grazie a un post di Marco Cappato. Da lì è partita la mia proposta, che Stefano ha accettato subito. Poi sono seguiti diversi incontri di conoscenza, in cui è nata una fiducia reciproca e un primo legame umano.»
C’è stato un momento preciso in cui hai capito che questa non sarebbe stata solo una storia personale, ma anche una riflessione collettiva sul diritto a scegliere?
«Credo che questo sia, prima di tutto, un film profondamente personale. Ha un unico vero protagonista: Stefano, e il suo rapporto con la vita. Pur essendo favorevole a questo diritto, non ho mai voluto fare un documentario ideologico. Freud diceva che l’ideologia è una macchia che ci fa vedere i fatti in modo parziale. Ecco, la mia unica volontà era quella di essere il più puro possibile nel mostrare la realtà, senza filtri né giudizi.»

Raccontare una persona che ha deciso la propria morte è un atto di grande responsabilità: come hai gestito il confine tra testimonianza, rispetto e narrazione cinematografica?
«Il rapporto tra chi osserva e chi viene osservato è sovrano, determina la direzione stessa della narrazione. In fisica si dice che nel momento in cui un evento viene osservato, esso cambia. Ecco, inserire cinque persone nella vita di un individuo significa inevitabilmente modificarla — figuriamoci quando si accende una camera da presa. Personalmente, però, a differenza di molti documentaristi etnografici, non ho mai visto in questo un difetto: l’osservato mostrerà semplicemente un altro lato di sé, magari persino più autentico del solito. Entrare in una realtà come quella di Stefano significa prima di tutto capirla, rispettarla e, alla fine, anche farsela amica. Ed è proprio questa l’evoluzione che ha avuto il nostro rapporto con lui. All’inizio volevamo comprendere la sofferenza, poi è arrivato un momento di distacco dal dolore, fino a una libertà anche creativa, nata proprio dall’amicizia.
Ovviamente, in tutto questo, c’era anche il dovere di raccontare il contesto sociale e burocratico, che però è sempre rimasto sullo sfondo.»
I silenzi, i vuoti, gli sguardi sembrano parlare più delle parole: quanto è stata importante la dimensione del “non detto”?
«Il non detto spesso è più vero di ciò che viene espresso. Credo che tutto ciò che è reale sia vero, ma non tutto ciò che è vero sia reale. Penso che il compito di un regista sia proprio quello di cercare la verità, sapendo che è inafferrabile, che forse si può solo percepire. Il vero è ciò che sta sopra la realtà e ci aiuta a leggerla. E la sua espressione più pura, secondo me, si trova nei silenzi e negli sguardi.»
Hai scelto un titolo fortissimo, Lasciatemi Morire Ridendo: cosa significa per te questa frase?
«La collego alla definizione di “leggerezza” di Calvino. Stefano, una volta ottenuto il diritto al suicidio, si è avvicinato alla morte senza più paura, ma con consapevolezza. L’immagine della morte accompagnata dalla risata, per me, è la più alta forma di razionalizzazione dell’esistenza.»
Credi che il cinema possa avere un ruolo nel cambiare il modo in cui il nostro Paese affronta il fine vita?
«Sì, assolutamente. Il cinema è sempre stato il mezzo migliore per cambiare il mondo, soprattutto quando riesce a mostrare aspetti della realtà che altrimenti resterebbero invisibili. Come dicevo prima, credo che il modo migliore sia mostrare senza commentare. Su questo tema esiste un forte scollamento tra la legislazione e l’opinione popolare, e mi auguro con tutto me stesso che questo progetto possa contribuire a far compiere quel passo decisivo alle istituzioni.»
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