ROMA – Non è semplice liberare A Christmas Carol dalla patina zuccherina che il tempo gli ha cucito addosso. Nell’immaginario collettivo è diventato un racconto rassicurante, animato da fantasmi gentili e buoni propositi. Ma la verità è che, sotto l’intelaiatura fiabesca, il capolavoro di Dickens continua a essere un testo ruvido, inquieto, sorprendentemente attuale. Perché Ebenezer Scrooge, con il suo gelo, la sua avidità e il suo disprezzo verso tutto ciò che non genera profitto, è il personaggio più moderno che abbiamo. Scrooge è l’uomo che ha trasformato il lavoro in corazza. Non ama il Natale non perché lo infastidisca la gioia altrui, ma perché teme – visceralmente – tutto ciò che non può controllare, misurare o contare. È un uomo che diffida delle emozioni perché le emozioni aprono crepe. E quelle crepe, lui lo sa, possono far entrare gli altri.

Cosa c’è di più contemporaneo? In un’epoca in cui esibiamo sicurezza e autocontrollo come trofei, Scrooge è l’archetipo di chi teme la vulnerabilità più del fallimento. Il suo egoismo non è un capriccio, né un tratto di carattere esasperato: è una corazza che indossa da anni, un’armatura resa ancora più evidente sullo schermo, dove ogni gesto, ogni sguardo, ogni stanza vuota amplifica il suo isolamento. Nel film, come nel racconto, Dickens ci mostra un uomo che ha trasformato l’autosufficienza in un rifugio, convinto che il mondo gli chieda solo due cose: efficienza e denaro. E aveva già intuito, nel 1843, una società che iniziava a venerare il profitto sopra ogni sentimento. Quel mondo, nel film A Christmas Carol, prende forma in strade fredde, uffici spogli, città che corrono più veloci del cuore umano. E poi c’è la solitudine. Un sentimento che Dickens descrive con una precisione disturbante. Scrooge è solo non perché gli altri lo rifiutino; è solo perché ha smesso di credere che gli altri possano farlo stare bene. Ha scelto la propria torre d’avorio emotiva, la stessa che oggi molti abitano senza ammetterlo.

Dickens, però, non si limita a mostrarci l’isolamento di un uomo. Usa la struttura del tempo come un grande specchio morale, un dispositivo narrativo che costringe Scrooge a guardarsi con un’obiettività che non aveva mai osato. Il passato rivela ciò che è stato e ciò che ha perduto, il presente gli mostra ciò che continua a ignorare, il futuro lo costringe a confrontarsi con ciò che potrebbe diventare. È una pedagogia brutale nella sua semplicità, e proprio per questo profondamente umana: solo vedendosi dall’esterno, senza le scuse con cui ci proteggiamo, si può iniziare davvero a cambiare. È per questo che l’arrivo dei tre spiriti non è solo una trovata narrativa, ma un atto politico e morale. Il Fantasma del Passato lo obbliga a guardare le ferite che non ha mai curato, quello del Presente gli mostra che la vita esiste anche fuori dai suoi calcoli, e quello del Futuro gli rivela il destino che aspetta chi non sa condividere niente. In fondo, cosa fanno i fantasmi se non ricordargli che ogni vita, anche la sua, ha bisogno di essere vista? Che il mondo non è un conto in banca, e le persone non sono cifre da annotare?

La modernità di. A Christmas Carol, dunque, non sta nella redenzione finale, ma nel percorso che conduce a essa. Scrooge si salva perché accetta di essere toccato, di essere scalfito. Di lasciare che gli altri entrino nel suo spazio, che lo compromettano, che lo rendano meno perfetto e più vivo.Ed è proprio questa la lezione più urgente per noi: in un tempo che ci vuole efficienti e impermeabili, l’apertura verso gli altri è un gesto rivoluzionario. Rileggere oggi Dickens significa capire che Scrooge non è un mostro da fustigare, ma un uomo ferito da riconoscere. E in quella sua trasformazione, così fragile e potente, troviamo la prova che nessuno è mai troppo chiuso, troppo solo o troppo indurito per riscoprire la propria umanità.
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