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Il ferroviere, l’Italia che cambia e il melodramma neorealista di Pietro Germi

Famiglia, lavoro, conflitti e il profilo socio-culturale dell’Italia che cambia: perché (ri)vederlo

MILANO – L’osteria. Luogo d’incontro dall’aria densa per il fumo delle tante sigarette accese tra un bicchiere di vino e uno stornello intonato in coro. È qui che Andrea Marcocci, macchinista dell’R48 si rifugia tutte le sere prima di tornare a casa dopo una giornata passata sui binari insieme all’amico e collega Gigi (Saro Urzì). Anche la notte di un Natale che cambierà le sorti della sua famiglia. Quello in cui sua figlia Giulia (Sylvia Koscina) perderà il bambino che aspettava, innescando la miccia di un fuoco da tempo pronto a divampare. Presentato in concorso alla 9ª edizione del Festival di Cannes, Il Ferroviere (lo trovate su CHILI) è uno dei titoli più rappresentativi della filmografia di Pietro Germi. Il regista genovese che, negli anni, scoprirà il potere della commedia – sarcastica e cinica – regalandoci perle come Divorzio all’italiana, Sedotta e abbandonata, Signori & signori o Alfredo, Alfredo.

Una scena de Il Ferroviere.
Una scena de Il Ferroviere.

Film in grado di raccontare il cambiamento sociale e culturale del nostro Paese, fotografandone difetti, vizi, maschere e perbenismo di facciata. Una capacità estesa a tutto il suo cinema, Il Ferroviere compreso. Melodramma neorealista con il quale Germi mette in scena la crisi della famiglia, gli scontri tra due generazioni che faticano a comunicare e il cambiamento del mondo del lavoro successivo al secondo conflitto bellico. Tutto mostrato attraverso lo sguardo dolce e infantile di Sandrino (Edoardo Nevola), il più piccolo della famiglia, testimone e narratore del suo (momentaneo) sfilacciamento.

Edoardo Nevola è Sandrino in una scena de Il ferroviere.
Edoardo Nevola è Sandrino in una scena de Il ferroviere.

Una sceneggiatura ispirata da un racconto autobiografico di Alfredo Giannetti, Il Treno, e scritta a sei mani insieme a Luciano Vincenzoni e lo stesso Germi che, nonostante il genere d’appartenenza, non si abbandona a facili sentimentalismi. Al centro la figura dilaniata dai sensi di colpa di un padre padrone e orgoglioso, circondato da una moglie mediatrice (Luisa Della Noce ) e due figli maggiori in perenne conflitto. Così Germi racconta una storia personale che, grazie alle tematiche toccate, diventa universale mostrando il mutamento della famiglia (e della società) a cavallo tra gli anni ’50 e ’60 e le sue dinamiche interne.

Pietro Germi e Saro Urzì ne Il ferroviere.
Pietro Germi e Saro Urzì ne Il ferroviere.

La melodia del piano, intervallata dalla chitarra classica e dalla fisarmonica della colonna sonora di Carlo Rustichelli accompagnano la narrazione e il suo protagonista, uomo disorientato da cambiamenti che fatica a comprendere. La regia di Germi è contaminata dall’influenza del cinema d’oltreoceano – si pensi alla sequenza all’interno della cabina del treno – pur mantenendo intatta la sua identità e potenza emotiva che tocca il suo picco nella seconda parte del film. Una serenata accennata, simbolo di una ritrovata serenità, e una chitarra appesa al muro perché alla fine «rimangono le cose belle, che poi quelle brutte si finisce per dimenticarle».

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Qui un brano della colonna sonora del film firmata da Carlo Rustichelli:

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