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Warrior | Tom Hardy & Joel Edgerton, i The National e la poesia della sconfitta

Di film sulla lotta sportiva ce ne sono tanti, ma pochi sono belli come quello diretto da Gavin O’Connor

Warrior
Tom Hardy e Joel Edgerton in Warrior

ROMA – Outsider, underdog o semplici perdenti. Insomma, chiamateli come volete. Ma, sono loro, quelli che al cinema riescono a colpire forte nel segno, lasciando impresse metaforiche cicatrici di un dolore che non passa. Perché poi, con il peso della coscienza, si impara forzatamente a (con)vivere. Almeno fino a quella seconda occasione, arrivata un po’ per caso un po’ per logica, ci dice il bellissimo Warrior di Gavin O’Connor. Vero, di film sportivi, in giro, ce ne sono tanti. Più della metà, riguardano la boxe e la lotta in generale. Forse per l’intimità che si ha su quel ring che sembra più una gabbia, da cui si può uscire solo in due modi: da vincitori o da sconfitti.

Tom Hardy è Tommy
Tom Hardy è Tommy

Però, Warrior, porta in secondo piano il senso meramente sportivo, mettendo a fuoco solo ed esclusivamente due fratelli ammaccati e un padre, redento e accartocciato dopo un passato attaccato alla bottiglia. Non c’è trionfo né fango, ma solo una (nuova) consapevolezza di amore e di disprezzo che, spesso, sono i lati della stessa medaglia. Qui, in oltre di due ore, O’Connor – che già aveva toccato una vicenda sportiva e una vicenda di famiglia rispettivamente in Miracle e in Pride and Glory – racconta di Tommy e di Brendan Conlon (Tom Hardy e Joel Edgerton, semplicemente pazzeschi), che non si vedono da anni.

Joel Edgerton e, di spalle, Frank Grillo
Joel Edgerton e, di spalle, Frank Grillo

Uno è un eroe (suo malgrado) di guerra ma scappato dal fronte, l’altro ha una famiglia e fa il professore di fisica, ma non riesce a pagare il mutuo della casa. L’unica cosa che ancora li accomuna è il loro padre, Paddy (Nick Nolte, che per il ruolo ha ricevuto una candidatura all’Oscar), reietto e stanco, pentito per essere stato assente quando era il momento di esserci. Tommy e Brendan, parallelamente, si riavvicinano alle arti marziali miste – di cui erano campioni da ragazzi –, con l’obiettivo di partecipare ad un prestigioso torneo che si tiene tra le luci di Atlantic City. Tommy esplosivo ed impulsivo, Brendan metodico e calmo.

Hardy e Nick Nolte
Hardy e Nick Nolte

Ma attenzione, pugno dopo pugno, né l’uno né l’altro aspirano alla gloria personale: per entrambi la sfida è ancora più grande, essendoci in ballo qualcosa che va ben al di là un premio in denaro. Warrior, nella sua estetica granulosa e nei suoi taglienti primi piani, è un film estremamente fisico. Tommy e Brendan, nel loro spazio di vita e di dolore, si muovono costantemente: sguardo fiero e spalle basse, il rammarico per quella frase non detta, le notti insonni cercando il modo per farcela. Solo che la vita, come spesso accade, si muove controcorrente.

Warrior
Sul ring

Non basta ritrovarsi dopo anni di silenzio, la metafora shakespeariana per O’Connor è l’aspirazione finale: la lotta di sangue dei due fratelli è letteratura drammatica, la catarsi in cui una smorfia diventa una specie di sorriso, liberatorio e resiliente. E allora,If you don’t move, you‘ll die”, si legge sulla lavagna della palestra dove si allena Brendan. Un motto che pervade la pellicola, innalzando i due protagonisti agli antipodi. Guerrieri (im)perfetti schiacciati dai fantasmi di un tempo lontano, mentre sotto la colonna sonora di Mark Isham è enfatizzata dai brani dei The National. Cosa rimane? Sudore, ossa rotte e occhi lucidi. E un abbraccio fraterno che sa di rinascita. E di vittoria, questa sì, davvero essenziale, poetica e bellissima.

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