CARLOFORTE – Vent’anni non sono soltanto un anniversario. Per Creuza de Mà – Musica per Cinema rappresentano la conferma di un’identità costruita con pazienza, lontano dalle logiche dei grandi festival e dalle frenesie dell’industria. A guidare questo percorso, questa missione, è sempre stato Gianfranco Cabiddu, regista e direttore artistico della manifestazione, che in occasione della ventesima edizione ha ripercorso con noi la storia di un festival nato quasi come un’intuizione e diventato, nel tempo, un punto di riferimento per chi vede nella musica una parte essenziale del linguaggio cinematografico. Tra ricordi, riflessioni sul presente e uno sguardo rivolto alle nuove generazioni, Cabiddu racconta cosa significa oggi fare cultura in un luogo dove il tempo sembra scorrere con un ritmo diverso.
Il nostro punto di forza? L’arte dell’incontro
Vent’anni di Creuza de Mà non sono soltanto un anniversario. Guardandosi indietro, qual è la cosa che questo festival è riuscito a costruire e che forse vent’anni fa nemmeno immaginava?
«Credo di aver mantenuto l’idea con cui tutto è nato: il viaggio. Per me, che sono sardo, attraversare il mare e arrivare a Carloforte significava già entrare in un altro mondo. C’era un’altra lingua, un’altra cucina, un’altra architettura. Quel senso di scoperta è rimasto intatto e oggi si riflette nel festival. Qui arrivano grandi registi, compositori, attori, ma una volta sbarcati diventano semplicemente persone. Nessuno li rincorre, nessuno li assedia. Questo crea un’atmosfera che favorisce davvero l’incontro. È sempre stato questo il cuore di Creuza de Mà: mettere insieme giovani registi e giovani compositori, farli lavorare, discutere, persino andare al mare insieme. Perché la musica per il cinema non nasce scegliendo l’ultimo DJ di moda, ma costruendo un rapporto umano. Oggi vedere che da questi incontri sono nate collaborazioni professionali, colonne sonore, perfino film, è probabilmente la soddisfazione più grande».

Costruire il programma è come scrivere la scaletta di un concerto
Lei è regista e direttore artistico. Quando costruisce il programma guarda più con gli occhi del cineasta o con quelli dello spettatore?
«Devo tenerli insieme tutti. Fare il programma di un festival è un po’ come costruire la scaletta di un concerto: bisogna trovare un equilibrio. Da una parte c’è il desiderio di coinvolgere il pubblico, dall’altra quello di offrire occasioni di formazione ai ragazzi. Poi ci sono gli ospiti, che devono avere voglia di mettersi in gioco e dialogare con chi sta iniziando questo mestiere. I grandi artisti, quasi sempre, sono i più curiosi e i più umili. È con loro che nascono gli incontri migliori. E poi cerco film nei quali il rapporto tra musica, suono e immagini sia davvero significativo. Non importa se siano usciti il mese scorso o due anni fa. Se hanno qualcosa da raccontare su questo dialogo, allora hanno un posto nel festival».
Siamo orgogliosamente analogici
Viviamo in un momento in cui il cinema sembra correre sempre più veloce. Creuza de Mà, invece, dà l’impressione di prendersi il tempo dell’ascolto. È una forma di resistenza culturale?
«Sì, direi proprio di sì. Una resistenza analogica. Ho sempre pensato che il lavoro fatto a mano conservi un valore speciale. È come una barca costruita da un maestro d’ascia: magari naviga come una fatta in serie, ma dentro porta il sapere di chi l’ha realizzata. Oggi tutto deve essere veloce, immediato, perfetto. Si concede sempre meno spazio all’errore, mentre proprio l’errore permette di trovare una voce personale. Se cerchiamo soltanto di assomigliare a un modello perfetto, o addirittura a quello prodotto dall’intelligenza artificiale, rischiamo di perdere la nostra originalità. Per questo continuo a credere che servano tempo, disciplina e perfino la possibilità di sbagliare».

Io non insegno regia, accompagno i ragazzi
Oltre al festival c’è anche il lavoro con i giovani attraverso il Centro Sperimentale. Che significato ha per lei?
«Non parlerei di insegnamento. Preferisco dire che faccio il tutor. Nessuno può insegnare a un altro come diventare autore. Si può però accompagnarlo, aiutarlo a trovare la propria voce. È quello che ho imparato dai grandi maestri che ho avuto la fortuna di incontrare, da Eduardo De Filippo a Carmelo Bene. Il rapporto con i ragazzi è uno scambio continuo. Io porto la mia esperienza, loro mi restituiscono uno sguardo nuovo sul mondo. È un dialogo che arricchisce entrambi. Il maestro, se così vogliamo chiamarlo, non deve indicare una strada obbligata, ma aiutare chi ha davanti a trovare la propria».
La tradizione è il punto di partenza, non quello d’arrivo
Se dovesse spiegare a un ragazzo di vent’anni che arriva qui per la prima volta perché Creuza de Mà non è “solo un festival”, cosa gli direbbe?
«Gli direi che qui non si viene soltanto a vedere dei film. Si entra in una storia che dura da vent’anni. Mi piacerebbe che questo percorso fosse riconosciuto sempre di più, perché la storia serve proprio a permettere a chi arriva dopo di fare un passo avanti. C’è una frase di Eduardo De Filippo che porto sempre con me: “La tradizione è il punto di partenza, non il punto d’arrivo”. È esattamente quello che vorrei per Creuza de Mà. Consegnare un testimone alle nuove generazioni, permettere loro di continuare un percorso senza dover ricominciare ogni volta da zero. Se un festival riesce a fare questo, allora significa che ha davvero lasciato qualcosa».
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