ROMA – Due persone sole, segnate da ferite profonde, che si incontrano nel momento più difficile della loro vita e finiscono per cambiare reciprocamente il proprio destino. È da questa idea che nasce Passion Club, il corto scritto, diretto e prodotto da Michele Capuano, presentato in anteprima al Giffoni Film Festival. Attraverso i personaggi di Gianluca, interpretato da Lorenzo Lazzarini, e Aurora, interpretata da Giorgia Spinelli, il film affronta temi universali come identità, libertà, dolore e possibilità di rinascita.
Con una narrazione intima e uno sguardo attento ai suoi protagonisti, Passion Club racconta come anche l’incontro tra due perfetti sconosciuti possa diventare l’occasione per ritrovare sé stessi. Il regista Michele Capuano ci ha raccontato la nascita del progetto, le scelte narrative e il significato di una storia che mette al centro il valore dell’ascolto, del dialogo e della rinascita.
Passion Club racconta l’incontro tra due solitudini. Da dove nasce l’idea di questa storia?
L’idea nasce da un momento molto personale della mia vita, in cui mi sentivo piuttosto perso. Un giorno stavo passeggiando a Villa Borghese quando ho sentito un violinista suonare vicino al laghetto. Mi sono fermato ad ascoltarlo e, dopo il concerto, abbiamo iniziato a parlare seduti su una panchina. Mi sono accorto che, pur essendo due perfetti sconosciuti, ci siamo aperti in un modo che raramente mi era capitato anche con persone molto vicine. Quelle parole hanno avuto su di me un effetto diverso: mi hanno dato l’energia per ripartire. Da quell’esperienza è nata la voglia di raccontare l’incontro tra due sconosciuti che, senza conoscersi, riescono a cambiarsi la vita.

Gianluca e Aurora vivono entrambi una fase di stallo. Cosa ti affascinava di questo momento di sospensione nelle loro vite?
Volevo raccontare due persone accomunate dallo stesso senso di smarrimento. Gianluca, dopo la chiusura del locale drag, perde il luogo in cui riusciva davvero a essere sé stesso. Negli anni Novanta le difficoltà per chi apparteneva al mondo drag erano molto più grandi rispetto a oggi. Durante la fase di scrittura ho intervistato diverse drag queen, tra cui Priscilla, che mi raccontava quanto fosse difficile vivere apertamente la propria identità in quel periodo, perfino all’interno della propria famiglia. Aurora, invece, affronta un aborto a soli ventitré anni. Ho immaginato una ragazza che non avesse ancora gli strumenti emotivi per affrontare una scelta così difficile e che si ritrovasse completamente sola. Il messaggio che volevo trasmettere è che, anche nei momenti più bui non siamo mai davvero soli, esiste sempre qualcuno disposto a tendere una mano.
Hai scelto di ambientare la storia tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila. Perché questo periodo storico era importante?
Era una scelta fondamentale per entrambe le vicende. Negli anni Novanta il mondo drag viveva una realtà molto diversa da quella di oggi, fatta di maggiore invisibilità e pregiudizi. Allo stesso tempo anche il tema dell’aborto era ancora più difficile da affrontare. Questa scelta nasce anche da un’esperienza personale. Quando ero bambino mia madre ebbe un aborto spontaneo. Avevo ricordi confusi, ma anni dopo, parlandone con lei, ho capito quanto quella ferita fosse ancora presente. Da lì ho immaginato cosa potesse significare vivere un’esperienza simile a ventitré anni, senza gli strumenti e il supporto necessari.
Quali sono stati i tuoi riferimenti cinematografici?
Fin dall’inizio volevo realizzare un film basato soprattutto sulla recitazione. Gran parte della storia si svolge in un’unica location, con due personaggi che si confrontano continuamente. Dal punto di vista del linguaggio visivo ho cercato un’atmosfera vicina al noir, soprattutto nella parte iniziale. Tra i riferimenti che mi hanno ispirato c’è sicuramente La Venere in pelliccia di Roman Polanski, un film molto intimo costruito quasi interamente sul confronto tra due interpreti. Anche il lavoro fotografico, realizzato da Lilia Carlone e Simone Cammelli, è stato fondamentale per creare questo clima.
Il locale che dà il titolo al film è molto più di un’ambientazione. Che cosa rappresenta per i personaggi e per il racconto?
Rappresenta molto e nasce dalla ricerca che ho fatto durante la scrittura. Molte drag mi raccontavano che negli anni Novanta si esibivano in scantinati, senza camerini, cambiandosi in macchina o nei bagni dei locali. Ho voluto che quel luogo fosse quasi claustrofobico, perché riflette perfettamente lo stato d’animo dei protagonisti. Ma volevo anche che proprio da quello spazio, apparentemente buio, potesse nascere una possibilità di rinascita. È un modo per dire che, anche quando ci sembra di vivere nei nostri inferi, basta alzare lo sguardo per ricordarsi che sopra c’è ancora il cielo.
Quale contributo può offrire Passion Club al dibattito su identità e inclusione?
Credo possa essere un piccolo tassello. A Giffoni avevo molta curiosità di confrontarmi con i ragazzi. Per me era quasi il vero banco di prova. Vedere che hanno compreso il messaggio del corto mi ha emozionato. Oggi siamo sempre più connessi, ma spesso sempre meno capaci di confrontarci davvero con gli altri. Spero che il film possa invitare le persone a tornare a parlarsi, ad ascoltarsi e a condividere le proprie fragilità.
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