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NANTES FILM FESTIVAL I Cristina Donadio: «Le periferie possono salvare il mondo»

Da Scianel all’esperienza di Nantes, passando per il Women in Light Award dedicato a Émilie Dequenne: Cristina Donadio racconta a Hot Corn il potere delle scelte, la sua battaglia per la prevenzione e un cinema capace di superare confini e differenze.

NANTES – Ci sono personaggi che finiscono con il sopravvivere alle serie che li hanno resi celebri. Scianel è uno di questi. A dieci anni dal suo ingresso nell’universo di Gomorra, Cristina Donadio continua a confrontarsi con una figura entrata nell’immaginario collettivo ben oltre i confini italiani. A Nantes, però, quell’eredità diventa anche il punto di partenza per un discorso più ampio sulle periferie, sulle scelte e sulle possibilità offerte ai più giovani. L’occasione è il Women in Light Award, riconoscimento dedicato alla memoria di Émilie Dequenne, che per Donadio assume un significato particolarmente personale. Tra il ricordo dell’attrice belga, la propria esperienza con la malattia e il confronto tra il sistema cinematografico italiano e quello francese, l’attrice si racconta a Hot Corn partendo da Scianel per arrivare a una riflessione sul cinema, sulla libertà e sulla responsabilità di chi sceglie di raccontare storie.

Gomorra e Scianel hanno portato il tuo volto nel mondo. Che effetto fa vedere oggi quella storia diventare a Nantes uno strumento per parlare ai giovani di scelte e futuro?

«Scianel è ormai entrata nell’immaginario collettivo, non solo italiano ma anche internazionale. Me ne accorgo ogni volta che ho l’opportunità di stare tra le persone: prima o poi si arriva a lei. Come ho detto anche a Nantes, Scianel è diventata una sorta di stato d’animo. La “Scianellitudine” è un modo di essere che apparentemente potrebbe sembrare malvagio, negativo, ma che contiene anche elementi che possono essere letti in maniera diversa. Scianel è una donna sola. Non è la moglie di, non è la figlia di, non è la sorella di, non è la mamma di. È Scianel. Prende i suoi soldi, sicuramente guadagnati attraverso il malaffare, ma rischia in prima persona, mette in gioco il proprio denaro e si confronta alla pari con un mondo di uomini. Quello dei boss della camorra è sempre stato un mondo profondamente maschile, nel quale gli uomini comandano e le donne sono spesso il braccio, più che la mente. Lei invece rompe questo schema e si pone come la mente, alla pari con gli altri capi del sistema. Per un attore, interpretare un personaggio così significa anche andare a pescare nei propri luoghi oscuri. La cattiveria, la malvagità, il lato oscuro dell’animo sono spesso territori molto interessanti da esplorare.

Ma Scianel non può essere utilizzata come uno strumento per insegnare qualcosa ai giovani. Può però diventare un riferimento attraverso cui far capire, soprattutto ai ragazzi delle periferie, che certe scelte hanno delle conseguenze. Quando a Nantes abbiamo presentato una puntata di Gomorra in un centro sociale, ho avuto la sensazione di essere a Secondigliano. E mi sono detta che avrei potuto essere in una periferia francese così come in una periferia di Londra. Perché le periferie, prima ancora che un luogo geografico, possono essere uno stato d’animo. Io credo che le periferie possano salvare il mondo. È un paradosso, ma è proprio da lì che possono nascere i cambiamenti più radicali, le trasformazioni. Perché c’è una necessità più forte di rompere gli schemi, di riprendersi la propria vita tra le mani, di smantellare abitudini che, paradossalmente, possono diventare una sorta di comfort zone. Se devo parlare ai giovani di scelte e di futuro partendo da Scianel, allora parto proprio dal suo fallimento. La sconfitta di Scianel, così come quella degli altri personaggi principali di Gomorra, è già scritta nella loro storia: nessuno di loro rimane vivo. Siamo morti tutti, e tutti in maniera violenta, fuori dal proprio letto, nessuno per una malattia. È una scelta perdente in partenza.

Quel potere che si insegue e per il quale si vive non diventa mai davvero realtà. Non te lo godi mai. Queste persone non possono spendere liberamente i propri soldi, sono controllate dallo Stato, non possono vivere libere perché devono guardarsi continuamente alle spalle. Vivono recluse, non sorridono, non ridono. Sono in uno stato di perenne osservazione e di paura. È una vitaccia. E allora credo che sia importante raccontare ai giovani proprio questo: la criminalità può presentarsi come una scorciatoia, soprattutto dove mancano prospettive, lavoro e possibilità, dove ci si sente ai margini della società. Ma quella scorciatoia porta a una vita senza libertà e, nel caso di Gomorra, inevitabilmente alla morte».

Ricevi il Women in Light Award, dedicato all’eredità di Émilie Dequenne. Quanto è cambiato, secondo te, il modo in cui cinema e serie raccontano le donne?

«Ricevere un premio dedicato a una donna è già qualcosa di molto significativo. Ma quando quella donna è un’attrice come Émilie Dequenne, che ha attraversato la malattia, ha combattuto contro il cancro e purtroppo non è riuscita a vincere questa battaglia, per me il significato diventa ancora più profondo. Mi commuove, mi emoziona e mi onora, perché sono una donna, perché sono un’attrice e perché anch’io ho attraversato il cancro al seno e oggi sono qui a raccontarlo. Continuerò a farlo, perché in questi casi ognuno può raccontare soltanto la propria storia, il proprio percorso, la propria esperienza.

Émilie non può più raccontare la sua, ma ha lasciato un segno profondo. Con la sua arte, la sua forza, la sua tenacia e il suo tentativo di combattere e vincere ha dato un esempio che va oltre le donne: riguarda gli uomini, le donne, riguarda l’umanità. Purtroppo siamo ancora costretti a combattere contro una malattia come il cancro. Per questo non smetterò mai di essere testimonial della ricerca e della sensibilizzazione alla prevenzione. Ho preso questo premio nel nome di Émilie con le lacrime agli occhi, per la felicità e per l’emozione».

Nantes vuole creare un ponte stabile tra cinema italiano e francese. Cosa pensi che il nostro cinema possa imparare oggi da quello francese, e viceversa?

«L’esperienza di Nantes è stata bellissima perché mi sono ritrovata all’interno di un festival fatto prima di tutto di persone, prima ancora che di attori, registi, produttori o addetti ai lavori. C’era meno glamour e più autenticità, meno red carpet e più cene condivise, durante le quali si parlava, si rifletteva, ci si confrontava sulle proprie affinità ma anche sulle proprie differenze.

Credo che oggi la Francia, a livello istituzionale, sia più attenta al cinema di quanto lo sia l’Italia. C’è maggiore libertà nel proporre dei progetti e nel renderli reali, anche attraverso il sostegno dello Stato e delle istituzioni, sia locali sia nazionali. In Italia questo è ancora un terreno sul quale dobbiamo accelerare. Procediamo troppo lentamente, soprattutto quando si parla di cinema indipendente. E invece proprio nei film indipendenti spesso ci sono la forza, la creatività, il coraggio, la ricerca, l’innovazione, la voglia di uscire dalla comfort zone.

Ci sono poi ancora molte battaglie da fare, a partire dall’equiparazione dei compensi tra attori e attrici e dal riconoscimento di tutte le maestranze e di tutte le figure professionali che sono fondamentali per realizzare un film. Il cinema è un lavoro di squadra. Io provengo dal teatro e continuo a fare teatro, e anche il teatro è un lavoro collettivo…»

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