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Scarpe rotte: ogni passo racconta una vita

Il nuovo film di Roberta Torre trasforma le scarpe in tracce di memoria, amore e resistenza, raccontando attraverso due donne il dolore della perdita e la necessità di tornare a camminare.

ROMA – Le prime a comparire sono le scarpe. Scarpe rotte, consumate, deformate dall’uso, trascinate davanti alla macchina da presa come frammenti di vite già vissute. Roberta Torre sceglie di cominciare da lì, dall’oggetto più concreto e più povero, per costruire un film che solo apparentemente racconta la guerra. Perché in Scarpe rotte la guerra rimane sullo sfondo, mentre al centro ci sono le donne, l’attesa, l’amore, l’amicizia e soprattutto le tracce che ogni esistenza lascia dietro di sé.

Scarpe rotte è stato presentato in anteprima regionale all’Ortigia Film Festival, nella sezione Cinema Women.

Il meccanismo iniziale ha qualcosa di ironico e insieme profondamente teatrale. Una serie di personaggi presenta le proprie scarpe rotte a un invisibile giudice, raccontando perché dovrebbero vincere il concorso. Ognuno ha una ragione, una storia, una piccola epopea personale. Le scarpe si sono consumate inseguendo qualcuno, cercando il pane, fuggendo, correndo, vivendo. E già qui Torre suggerisce che quelle calzature non sono semplicemente oggetti: sono la prova fisica di un’esistenza.

Poi il film si raccoglie intorno a Clara e Vera: Due donne chiuse in una casa mentre fuori c’è la guerra. Parlano, bevono tè, fumano, sistemano, ricordano. Parlano degli uomini che non ci sono, di quelli che sono partiti, di quelli che forse torneranno e di quelli che probabilmente non torneranno mai. Il mondo esterno sembra lontanissimo, eppure entra continuamente nei loro discorsi. La casa diventa così uno spazio sospeso, quasi fuori dal tempo, nel quale la memoria prende il posto della realtà. Clara scrive lettere a un uomo che ama. All’inizio non sappiamo nemmeno se quell’uomo esista davvero, se sia lontano, se sia prigioniero, se sia una presenza concreta o una creatura costruita dal desiderio. È uno dei giochi più interessanti del film: Torre ci costringe a stare dentro una zona di incertezza nella quale il ricordo, il sogno e la realtà finiscono per avere lo stesso peso.

Poi arriva la rivelazione. Clara esce da un luogo dal quale qualcuno è appena stato restituito al silenzio, e porta con sé gli oggetti di quell’uomo. La giacca. Le scarpe. Ed è in quel momento che Scarpe rotte cambia improvvisamente tono. Clara indossa la sua giacca, si muove come se danzasse dentro quel vuoto, si lascia cadere sul letto. Poi infila le scarpe dell’uomo. È una scena insieme dolcissima e straziante, perché per la prima volta il dolore smette di essere raccontato e diventa materia, corpo, gesto. Clara non sta più soltanto ricordando quell’uomo: per un istante prova letteralmente a entrarne nel corpo, a riempire l’assenza assumendo la sua forma.

Ma quelle scarpe sono ormai troppo grandi, troppo estranee. E proprio mentre le indossa, Clara sembra comprendere che il passato non può essere abitato per sempre. È forse il momento più bello del film perché è anche quello in cui il film finalmente smette di spiegarsi e comincia semplicemente a mostrarsi. Da lì in poi, la storia può ripartire. Clara ha vinto il concorso. E la vittoria, che all’inizio poteva sembrare soltanto un gioco surreale, assume un significato diverso. Non è il premio per avere le scarpe più rovinate. È il riconoscimento di un percorso. E quando Clara deve separarsi da Vera, la promessa di diventare famosa e quella battuta sulle scarpe scamosciate verdi trasformano per un attimo la malinconia in possibilità.

È come se quel concorso, assurdo e quasi infantile, fosse servito a dare un nome al dolore e quindi a permetterle di oltrepassarlo.Non è casuale che, quando la ritroviamo, Clara non parli più soltanto delle scarpe. Parli dei passi. E qui il film trova la sua vera chiave. Il passo è il gesto più semplice dell’essere umano e contemporaneamente la misura del suo attraversamento nel mondo. Un passo veloce racconta un’urgenza, uno lento racconta un’attesa, uno esitante racconta una paura. Ogni persona ha il proprio modo di camminare, e dunque il proprio modo di stare al mondo.

I passi diventano così un autoritratto. Le scarpe sono ciò che indossiamo. I passi sono ciò che siamo.

E le orme che il piede lascia sul terreno diventano la traccia più elementare della nostra esistenza: siamo passati di qui. Abbiamo attraversato questo spazio, questo tempo, questa vita. Le scarpe possono rompersi, consumarsi, perdere la suola. Ma proprio per questo raccontano meglio di qualsiasi fotografia chi le ha portate.

Torre insiste anche su alcune immagini che sembrano provenire dalla memoria collettiva del cinema e della storia dell’immagine. Il riferimento alla Luna, al gesto del primo uomo che lascia la propria impronta sul suolo lunare, viene reinventato attraverso il cammino di Clara, con il suo piccolo cane. Il passo che un tempo celebrava la conquista di un territorio sconosciuto diventa qui il segno infinitamente più intimo di una donna che prova a riprendersi il proprio. È una bella intuizione: trasformare la conquista della Luna nella conquista di una nuova possibilità di vita.

Per questo Scarpe rotte è molto più un film sull’amore che sulla guerra. La guerra è il contesto che spezza le esistenze, ma ciò che interessa davvero a Torre è quello che gli esseri umani fanno dopo la frattura. Clara deve imparare a vivere con un’assenza, Vera deve continuare a starle accanto, e il loro rapporto diventa una forma silenziosa di resistenza. Non c’è soltanto l’amore per un uomo che non c’è più: c’è soprattutto la forza di un’amicizia femminile capace di sostenere ciò che individualmente sarebbe forse insostenibile. Ed è qui che il film trova una dimensione profondamente femminile. Non perché racconti semplicemente due donne, ma perché osserva la resistenza nella sua forma più quotidiana: continuare a preparare il tè, parlare, aspettare, ricordare, mettere ordine nella casa mentre fuori il mondo perde ogni ordine possibile.

Le donne di Scarpe rotte non combattono la guerra sul campo. Combattono contro il vuoto che la guerra produce. Anche visivamente il film è costruito su questa idea di memoria e di resistenza. La fotografia di Daniele Ciprì è forse l’elemento più immediatamente seducente dell’opera. La luce scolpisce i volti, gli interni, gli oggetti e soprattutto i corpi, dando a questo mondo una consistenza sospesa fra il teatro e il sogno. Il ricorso al 16 mm aggiunge una grana che sembra restituire alle immagini la fragilità della memoria, mentre il digitale introduce una diversa dimensione percettiva. La materia fotografica diventa così parte del racconto.

Ciprì non rende semplicemente bello il film: gli costruisce intorno una dimensione mentale. È come se ogni parete, ogni ombra, ogni superficie potesse contenere un frammento di passato. Il limite del film resta nella sua stessa natura. Scarpe rotte è un’opera fortemente costruita, piena di simboli, allusioni, slittamenti fra realtà e immaginazione. La parola occupa molto spazio, e alcune conversazioni finiscono per esplicitare ciò che le immagini avrebbero potuto lasciare intuire. La sua dimensione teatrale può diventare insistita e la sospensione narrativa, in alcuni passaggi, rischia di allontanare anziché avvicinare. Ma quando Torre abbandona la necessità di spiegare e lascia che siano un corpo, una giacca, un paio di scarpe o una traccia sul terreno a parlare, il film trova la sua forma più autentica.

Alla fine restano i passi. Quelli dell’uomo amato, quelli di Clara, quelli della donna che cammina con il suo cane, quelli che attraversano la guerra e quelli che cercano un futuro dopo la guerra. Perché forse le scarpe raccontano soltanto dove siamo stati. I passi, invece, raccontano dove stiamo andando. E Scarpe rotte, sotto la sua superficie surreale e teatrale, parla proprio di questo: del momento in cui bisogna smettere di abitare ciò che abbiamo perduto e ricominciare a camminare.

Le scarpe sono rotte. La memoria resta. Ma la strada, finalmente, ricomincia.

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