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Magnum P.I., Casa Keaton e gli altri | Ovvero quando le serie si chiamavano telefilm

Ricordate? Negli anni Ottanta erano solo intrattenimento. Riviste oggi però sono molto di più…

Dalle Hawaii alla TV: Tom Selleck e Magnum P.I.

MILANO – C’è stato un tempo in cui le cose venivano viste, prima che raccontate, e le tanto acclamate serie TV venivano definite semplicemente con un termine: «telefilm». Questo non toglieva loro nessun tipo di valore né di dignità artistica, ma erano considerate perlopiù intrattenimento, utili per noiosi pomeriggi o serate da passare sul divano non certo per conversazioni filosofiche. Solo molti anni dopo, con l’avvento della serialità come forma d’arte e dei lunghi trattati sociologici sul binge watching, abbiamo potuto rileggere il passato con gli strumenti del presente e abbiamo capito almeno tre cose: che in Love Boat a un certo punto appariva Tom Hanks; che River Phoenix era in Casa Keaton con Michael J.Fox (!) e che Aaron Spelling con i suoi telefilm ha colonizzato metà della nostra infanzia.

River Phoenix con Michael J. Fox in Casa Keaton. Era il 1984.

In tutto questo scenario, con un’attuale produzione di serie tale da non poter essere viste nemmeno in dieci anni di notti insonni, è però mancata ancora una cosa: la rivalutazione dei telefilm di ieri, la rilettura critica di quei passaggi obbligati per arrivare alla serialità com’è considerata oggi. Parliamo di titoli spesso finiti nel dimenticatoio nonostante sceneggiature e costruzioni narrative da far impallidire Netflix. Un esempio? Uscisse oggi Miami Vice (dietro c’era Michael Mann, non dimentichiamolo), verrebbe salutata probabilmente come la serie dell’anno, ma anche sul versante comedy chissà che reazione susciterebbero oggi Tre cuori in affitto (da cui sarebbe disceso Friends) oppure I Jefferson e Genitori in blue jeans.

Don Johnson e Philip Michael Thomas in Miami Vice.

Domande senza risposta? Forse. Una cosa è certa: le sceneggiature di quei telefilm erano quasi sempre superiori alla media delle cose che vediamo oggi (la media, attenzione, non Il Trono di Spade o Atlanta), il telefilm medio era un prodotto di puro intrattenimento capace però di reggere anche il passare del tempo (avete rivisto una puntata di A-Team di recente?) e in alcuni casi invecchiare magnificamente. Prendete Magnum P.I., per esempio: creata da Donald P. Bellisario e Glen A. Larson e prodotta per otto anni, dal 1980 al 1988, la prima puntata andò in onda sulla CBS l’11 dicembre 1980, mentre in Italia arrivò nella primavera del 1982 su Canale 5 prima e su Italia 1 poi.

Tom Selleck è Thomas Sullivan Magnum IV in Magnum P.I.

Provate a rivederla oggi (se ci riuscite, visto che è solo in Dvd, in digitale non esiste legalmente) e vi troverete davanti una serie – ops, un telefilm – che parla di morale e amicizia, di conflitti interiori e guerra (Magnum è reduce dal Vietnam), razzismo e corruzione, amore e morte. E poi Higgins, la Ferrari 308 GTS, quella voce fuori campo, sempre a metà strada tra un libro di Raymond Chandler e uno script di Woody Allen: «Era uno di quei giorni in cui mi pentivo di non aver dato retta a mia madre, che voleva facessi il dentista. Guardare in bocca la gente doveva essere meglio che guardare in faccia la morte». Otto stagioni, 162 episodi, due Emmy, due Golden Globe e un fan d’eccezione: Frank Sinatra, che volle addirittura partecipare a un episodio. Mica male, no?

  • Per chi non ha dimenticato | La sigla di Magnum P.I.:

 

 

 

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