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Ron Howard: «Io, Pavarotti, mia figlia Bryce e quella volta con John Belushi»

Il regista ha accompagnato a Toronto un documentario girato, scherza, «Contro la sua volontà»

Ron Howard e sua figlia Bryce

TORONTO – Al Festival di Toronto Ron Howard si presenta in due vesti diverse, una professionale (produttore) e una personale (papà). Stavolta il suo ruolo non è quello da regista e lo si vede come interprete, ma solo in modo indiretto. Andiamo con ordine: la sua casa di produzione Imagine – insieme a Martin Scorsese – ha realizzato il documentario Once Were Brothers: Robbie Robertson and The Band, tratto dal memoir del musicista intitolato Testimony. Il progetto è ambizioso e comprende un giovanissimo regista, Daniel Roher. L’ex star di Happy Days porta al Festival anche un secondo documentario, Dads (già acquistato da Apple), diretto dalla figlia Bryce Howard Dallas «contro la sua volontà», scherza.

In pratica l’attrice ha tentato di convincerlo a tirar fuori i filmini di famiglia per racconta la paternità, ma lui si è categoricamente rifiutato, mentre sua moglie ha acconsentito volentieri. Suo malgrado, ad un certo punto, si è dovuto arrendere perché la neo-regista ha assoldato molti dei suoi amici hollywoodiani, inclusi Will Smith e Jimmy Fallon. Ecco perché stavolta è in doppia veste e si ritrova “attore” di un progetto sulla sua vita pur non avendone mai avuto il desiderio. Alla prossima Festa di Roma, invece, porterà Pavarotti, un altro documentario che ha diretto e fortemente voluto realizzare da tempo.

Ron Howard
Ron Howard e Brian Grazer al Toronto Film Festival

I TEMPI GIUSTI «A metà Anni Ottanta ho fondato con Brian Grazer la Imagine Entertainment perché volevamo raccontare storie diverse, portare alla luce progetti che avessero un senso e un valore e trovare sul mercato qualcuno che condividesse la nostra passione per l’idea giusta. Attualmente, con gli sviluppi che il mercato audiovisivo sta fronteggiando, abbiamo ricalibrato e modellato la società in base alle esigenze dei tempi in continua evoluzione».

Ron Howard
Ron Howard e il cast di Night Shift

JOHN BELUSHI «Forte della mia credibilità per Happy Days, ho proposto l’idea del film Night Shift. Lo studio me l’avrebbe fatto fare se solo avessi convinto la star di comedy più famosa del momento, John Belushi, a farne parte. Ovviamente si trattava di un’impresa impossibile ma non mi sono dato per vinto, sono salito al volo su un taxi e mi sono precipitato ad un appuntamento con lui. Doveva durare 10 minuti, siamo stati a parlare due ore e ha promesso che avrebbe letto il copione, cosa che non ha fatto… Inizialmente».

Henry Winkler, Dan Aykroyd, John Belushi e Ron Howard

NIGHT SHIFT «Com’è finita? A un certo punto Brian Grazer scopre che dietro l’angolo dell’ufficetto che avevamo in condivisione e in affitto John stava girando alcune scene e mi manda di nuovo all’attacco. Gli dico: “Ma secondo te posso fare incursione sul set come se niente fosse?”. E lui: “Ma certo, sei Ron Howard”. Mi convince, così stampo e rilego il copione e riesco ad infiltrarmi sul set, glielo faccio avere ma niente di fatto. Quando apro la porta dello studio trovo Brian seduto con aria meditabonda e decido di fargli uno scherzo: “Mi è andata male, ho preso a pugni John perché mi ha versato del caffè bollente sulla sceneggiatura e non ne voleva sapere niente”. Volevo innescare in lui una reazione furiosa e invece si è mortificato: “Perdonami, non ti avrei mai voluto mettere in una situazione simile”. In quel momento ho capito che la nostra amicizia sarebbe durata per sempre».

Ron Howard
Ron Howard a Toronto con Robbie Robertson, Daniel Roher e Brian Grazer

ONCE WERE BROTHERS «La musica? Non sono stato uno di quei bambini o ragazzi che viveva di musica o che a casa aveva sempre lo stereo di sottofondo ma ne riconosco il potere rigenerante. Sono convinto che la sinergia tra la musica, il cinema o la TV crei un’amplificazione del messaggio rendendo la storia sempre più potente, ecco perché ho deciso di produrre questo documentario. Non avrei potuto avere colonna sonora migliore per nessun mio lavoro. E se a questo aggiungi la sublime capacità di trasmettere emozioni allora non c’è soddisfazione più grande».

Martin Scorsese e Robbie Robertson, da Cannes a Toronto

I DOCUMENTARI «L’approccio che più mi interessa in un documentario è quello di proporre con integrità una storia sapendo non solo di dover intrattenere il pubblico ma anche di dover guardare prima o poi negli occhi la persona che ritrai. Sia chiaro che un documentario è solo un punto di vista, una percezione, una prospettiva e quindi non ha il potere di portare a galla la verità ma come artista voglio svegliarmi la mattina e avere rispetto di ciò che vedo allo specchio».

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