TORONTO – Anche sulle leggende si spengono i riflettori. E, in quella categoria di icone, Robert Redford occupa da sempre un posto speciale. Attore, regista, produttore e fondatore del Sundance Film Festival – che prende il nome dal suo celebre personaggio in Butch Cassidy – ha attraversato oltre sei decenni di cinema con fascino, stile e unicità. Premiato con l’Oscar, impegnato come attivista e protagonista di film che hanno fatto la storia, Redford ha sempre saputo unire il mito hollywoodiano a un forte senso civile. In occasione dell’uscita di The Old Man & the Gun, aveva raccontato il suo legame con un genere che lo ha reso immortale, ricevendo ancora una volta l’accoglienza che spetta ai grandi.

L’ULTIMO FILM «La pensione? Questo nuovo capitolo della mia vita non lo intitolerei “la pensione”, ma un viaggio verso altri lidi. Ho iniziato a ventuno anni a fare questo mestiere ed è stata un’avventura davvero lunga di cui credo di averne abbastanza. The Old Man and the Gun sarà il mio ultimo progetto almeno come attore. Poi, per raccontare altre storie c’è sempre temp. Sul set volevo solo divertirmi, senza pensare alla parte agrodolce dell’addio. Cosa mi aspetta dopo? Una bella dormita e qualche gita a cavallo».

THE OLD MAN «Fin da bambino sono sempre stato attratto dalla figura del fuorilegge e non è un caso che ne abbia interpretati una certa sfilza nella mia carriera. Ho abbracciato subito questo progetto perché il personaggio si adatta bene alla mia sensibilità. La caccia del gatto e del topo m’intriga moltissimo e mi sono divertito ad essere “inseguito” da Casey Affleck. Lui è il predatore e io la preda. Questa dinamica è affascinante: la preda sa che sta per arrivare il momento della cattura e il predatore è convinto che prima o poi la prenderà, eppure tra di loro c’è quasi un rapporto di amicizia perché si capiscono a vicenda e si possono godere questa continua tensione, ma soprattutto in un certo senso nutrono uno strano rispetto l’uno per l’altro. Il che rappresenta per me l’aspetto più stimolante di tutta la storia».

BIOPIC «Quello che mi attrae in un ruolo è la possibilità di catturare, anche se solo in parte, la complessità dell’animo umano. Rappresentare un personaggio in bianco o nero per me non ha senso, quello che mi attrae maggiormente riguarda la scala di grigi. Ovviamente quando sono riferiti ad una storia vera la cosa diventa ancora più interessante».

IL DEBUTTO «La prima grande occasione è arrivata con Butch Cassidy e pensare che la produzione non mi voleva affidare il ruolo di Sundace Kid perché non sembravo all’altezza. A confronto di un’icona con Paul Newman potete immaginare il rischio che si sarebbe dovuta prendere. Per fortuna il regista ha insistito… Ricordo quando subito dopo ho percepito che qualcosa era cambiato, all’improvviso ero diventato riconoscibile, stavo quasi per montarmi la testa. Un giorno però stavo camminando per strada e un gruppo di ragazze si avvicina, abbassa il finestrino dell’auto, mi fanno un cenno e mi urlano: “Asshole”. Ecco, lì ho avuto il mio bagno d’umiltà».

IL SUNDANCE «Il mio festival? Spesso i filmmaker non hanno l’opportunità di raccontare belle storie, così ho iniziato a creare uno spazio dove condividerle e mostrarle almeno ai colleghi. Il passo successivo è stato creare una piattaforma che le rendesse visibile e sono felice di esserci riuscito».
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