ROMA – Dimenticate gli indiani, i fuorilegge e le grandi cavalcate nel deserto: Lo sperone insanguinato (Saddle the Wind, 1958) è un western molto diverso da quelli a cui ci ha abituato l’immaginario classico. Diretto da Robert Parrish, prodotto dalla MGM e scritto da Rod Serling – lo stesso creatore della serie Ai confini della realtà – il film è un racconto intimo e tragico sul rapporto tra due fratelli e sulla difficoltà di lasciarsi alle spalle un passato segnato dalla violenza.
Il protagonista è Steve Sinclair (interpretato da Robert Taylor), un ex pistolero confederato che ha scelto una vita più pacifica come allevatore in una tranquilla vallata dell’Ovest. Vive affittando un ranch dal potente Dennis Deneen (Donald Crisp), cercando di mantenere la stabilità in una zona ancora fragile. Ma tutto cambia con l’arrivo del fratello minore Tony (un giovane e tormentato John Cassavetes), impulsivo, armato di una pistola modificata, e accompagnato dalla sua nuova fidanzata Joan (Julie London), cantante in un saloon.
Il film, che all’apparenza segue i canoni del genere, si trasforma ben presto in un dramma familiare dai toni quasi shakespeariani: Tony è instabile, desideroso di affermarsi, ma impreparato ad affrontare le conseguenze delle sue azioni. Quando uccide un pistolero e poi un colono nordista – colpevole solo di voler recintare la propria terra – scatena una catena di eventi che porta allo scontro finale tra i due fratelli.
Girato in CinemaScope e Metrocolor, Lo sperone insanguinato fu uno dei primi western psicologici a esplorare il trauma postbellico, la fragilità maschile e il conflitto tra progresso e tradizione. È anche uno dei pochi film del periodo ad accennare in modo diretto alle tensioni tra nordisti e sudisti nel dopoguerra civile americano, qui incarnate dal personaggio di Clay Ellison, colono pacifico e determinato.
Il titolo italiano – Lo sperone insanguinato – potrebbe far pensare a un film di vendetta o a un western all’italiana degli anni Sessanta, ma in realtà traduce liberamente il titolo originale Saddle the Wind, ovvero “Sella il vento”, una metafora poetica sull’impossibilità di controllare ciò che è già in fuga. Il film resta oggi una piccola gemma da riscoprire, anche per la sceneggiatura di Serling e la prova intensa di Cassavetes, qui in uno dei suoi primi ruoli importanti a Hollywood.
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