MILANO – Un caschetto rosso, il fumo di una sigaretta e una macchina fotografica ad accompagnarla ovunque. Letizia Battaglia, la fotoreporter italiana scomparsa a 85 anni che con i suoi scatti ha immortalato la Palermo delle stragi di mafia tra gli anni Sessanta e Novanta è la protagonista di Letizia Battaglia – Shooting the mafia, il documentario – lo trovate su CHILI – firmato da Kim Longinotto in cui la regista realizza un ritratto intimo della fotografa, intrecciando vita privata e lavoro.

Un simbolo di Palermo che negli anni ne ha raccontato gli orrori fatti di morti ammazzati, poco importa si trattasse di criminali, bambini colpevoli di aver visto troppo o giovani prostitute che non conoscevano le regole di Cosa nostra. Realizzato montando con raffinata intelligenza interviste alla Battaglia con sequenze di film che rievocano i suoi racconti, filmini casalinghi e scatti della fotoreporter realizzati nella sua carriera, Shooting the mafia è una testimonianza importante di una parentesi della nostra Storia vista attraverso i suoi occhi.

Ma non solo: perché dopo una vita passata a puntare la sua macchina fotografica verso ciò che la circondava, Letizia Battaglia diventa il soggetto dell’obiettivo di un’altra donna. E si racconta senza filtri. Dal matrimonio da giovanissima fatto di rinunce e inquietudine alla sessualità vissuta liberamente come forma di emancipazione, dall’esperienza al quotidiano L’Ora – di cui divenne la prima fotoreporter donna d’Italia – alla scelta di scendere in politica.

Proprio nella redazione del giornale palermitano scoprirà, alla soglia dei quarant’anni, il potere della fotografia, la capacità di esprimere ciò che la scrittura non le permetteva. «La fotografia è stata la chance della mia vita, mi ha resa una persona» confessa la fotoreporter ad un certo punto del documentario. E Letizia Battaglia – Shooting the mafia mostra la sua macchina fotografica come un’estensione attraverso cui imporre la sua voce ad una società e ad un ambiente di soli uomini.

Scatti in bianco e nero che testimoniano una stagione buia dovuta a «uomini cafoni e senza stile», ben lontani dall’immagine della mafia raccontata all’estero. Quegli stessi uomini che ha combattuto con un arma fatta di rullini per amore della sua terra verso la quale ha sentito e sente una responsabilità, quella della testimonianza. Un peso emotivo che si scontra con un’animo proteso verso il futuro, una libertà inseguita, fin da ragazzina, ad ogni costo.
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