Nel mondo digitale, professare la verità non è certo l’attività più redditizia. Anzi: sono specialmente le menzogne ad avere un certo impatto economico. Le fake news non sono il risultato di un semplice errore di interpretazione: nella maggior parte dei casi vengono ideate di proposito, in modo strategico, con l’obiettivo di ingannare e ottenere un ritorno economico, politico o ideologico.
Possiamo affermare con certezza, allora, che le notizie false seguano logiche di mercato ben precise: non a caso si parla ormai di una vera e propria economia della disinformazione. Ogni clic, visualizzazione o condivisione può tradursi in profitto: secondo ExpressVPN le fake news non sono solo un problema informativo, ma un vero e proprio strumento di guadagno. Un tornaconto economico, politico, ideologico: finché mentire sarà più conveniente che informare, la verità continuerà ad avere vita difficile in Rete.
Trasformare le fake news in “merce”: il processo che monetizza la menzogna
Come funziona, esattamente, il meccanismo di “mercificazione” delle fake news? Il primo passo è legato alla creazione della notizia falsa, a cura di singoli individui, gruppi organizzati o piccoli editori digitali mossi da scopi economici, ideologici o provocatori. Il contenuto viene confezionato a suon di titoli sensazionalistici e immagini forti, con un linguaggio emotivo, così da attirare l’attenzione e spingere l’utente a cliccare.
Una volta immessa nel marasma del web, la notizia entra in un circolo di monetizzazione pubblicitaria: banner e annunci automatici, come quelli di Google, portano entrate per ogni visualizzazione dell’annuncio o interazione con esso. È vero, si tratta di poche decine di centesimi alla volta: su larga scala, però, somme così basse possono moltiplicarsi fino a migliaia, o addirittura milioni di euro. Più una bufala diventa virale, più guadagni genera. A rendere il tutto ancora più efficace ci pensano gli algoritmi dei social, che premiano i contenuti con maggior engagement, contribuendo a moltiplicarne la visibilità.
Fake news e business secondari: chi ci guadagna?
Ma non finisce qui: molte fake news sono solo la porta d’ingresso ad ulteriori livelli di business. Influencer, blogger o “guru” digitali usano la disinformazione come strumento per vendere direttamente i loro prodotti o servizi: dagli integratori “miracolosi” alle cure alternative, da corsi online a gadget per la salute. Alcuni promotori di teorie anti-vax, ad esempio, hanno usato la pandemia per vendere soluzioni “naturali”, newsletter a pagamento e contenuti esclusivi con incassi da capogiro. Emblematico è poi il caso di un noto conduttore radiofonico statunitense: diffondendo teorie complottiste, quest’uomo ha costruito un impero commerciale da oltre 165 milioni di dollari.
Non è detto allora che l’informazione falsa in sé sia il core business: l’attenzione che riesce a generare è il vero “cuore del guadagno”. Attenzione che viene poi monetizzata attraverso pubblicità, vendite e raccolta dati: così gli utenti, spesso inconsapevolmente, diventano “merce”. Veniamo profilati, tracciati, indirizzati verso contenuti sempre più polarizzanti, in una sorta di loop funesto che premia chi urla più forte, non chi dice la verità. A trarre beneficio sono le stesse piattaforme digitali: pur non producendo direttamente le fake news, i social network guadagnano da ogni interazione. È ormai risaputo: più tempo trascorriamo online, più pubblicità ci viene mostrata e più dati cediamo. Finché questo modello resterà in piedi, la disinformazione resterà un business redditizio e difficile da estirpare.





Lascia un Commento