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John Carpenter: «L’horror? Un genere fondamentale. Ma sul set non ci ritorno»

A Cannes per il premio Carrosse d’or, il regista racconta la sua carriera. Togliendosi qualche sassolino…

CANNES – Dopo gli zombie di Jim Jarmusch, qui a Cannes è ancora tempo per mostri, horror e maestri del cinema. Infatti, John Carpenter, rivelando che non ha intenzione di tornare dietro la macchina da presa, incontra il pubblico in occasione del premio Carrosse d’or nella sezione Quinzaine des Realisateurs. E ci racconta le prime stroncature, il legame con Dario Argento, la collaborazione con Ennio Morricone e la nausea per il sovraffollamento odierno di film sui supereroi. Da La Cosa ad Halloween, Carpenter riesce a compiere un viaggio indietro nella storia del cinema (di genere) senza filtri, rimpianti o recriminazioni. Anche se si toglie dalla scarpa un sassolino dopo quasi quarant’anni…

Carpenter durante l’incontro con il pubblico

LA COSA «All’epoca dell’uscita ricevette recensioni pesantissime, del tipo “questo film è una brutto” oppure “Carpenter non sa come usare i suoi attori”. Ad un certo punto però la pellicola ha viaggiato da Los Angeles di città in città finché un critico a New York ha rivisto l’opinione corrente e lo ha riscattato considerandolo buono. Io ero all’oscuro dell’intera vicenda perché mi stavo dedicando ad altro. Dopo tutto questo tempo però mi sono preso una rivincita e l’ho portato a Cannes…».

John Carpenter e la sua Panavision

IL SUCCESSO «Lavoro sempre con gente migliore di me, come i montatori che sono davvero bravissimi. Col tempo ho imparato a delegare e quindi lo ammetto quando non so fare qualcosa. È il caso di Ennio Morricone. Io non parlo italiano e lui non parla inglese ma comunque comunichiamo nella lingua comune, la musica, visto che in altro modo non ci capiamo… Lo considero un gigante ed è un onore averci lavorato insieme».

John Carpenter a Cannes e quel seflie “mostruoso”

QUEL FESTIVAL… «Uno dei ricordi più tremendi della mia carriera è stato quando mi hanno chiesto di presentare una serata ad un festival al femminile. Ecco, non lo dovevo fare perché appena salito sul palco sono stato accolto da un coro di “buuuu” perché accusato di maltrattare le donne nei miei film, e come se non bastasse l’attrice che veniva premiata mi ha pure preso in giro. Quindi mi sono dovuto scusare per qualunque cosa pensassero avessi fatto».

John Carpenter sul set di The Ward, il suo ultimo lungometraggio

I MIEI EROI «Per chi tifo? Gli sfigati. Non a caso la maggior parte dei miei personaggi rientra in questa categoria e fanno parte della classe operaia, mica sono “cool” come potremmo pensare. È questo l’ambiente in cui sono cresciuto. Di fondo resto un ottimista anche se vedo che gli Stati Uniti sono messi male. Mi ripeto: “Tanto Trump passerà”. E, per fortuna, la gente continua a interessarsi all’arte e al cinema, quindi non mi dispero per l’umanità, a parte la situazione in Siria, che invece mi preoccupa moltissimo».

John Carpenter sul set di Grosso Guaio a Chinatown

IL RITIRO «Ora la mia vita è completa: vado in tour e suono la musica che mi piace, pratico il basket e mi dedico ai videogame. Da piccolo, come tutti i bambini, volevo fare la rockstar ma poi ho capito che mi divertiva di più spaventare la gente (in un ambiente sicuro come la sala), visto che in fondo tutti abbiamo paura delle stesse cose. Ecco perché l’horror è un genere importantissimo e non morirà mai: colma un’esigenza universale».

L’iconico mostro di Carpenter in Essi Vivono

CINECOMICS «Hollywood aveva la regola di nascondere il mostro nell’oscurità, mentre io l’ho mostrato a tutti per far credere al pubblico che esista davvero. Da piccolo inventavo mostri e guardavo film sui mostri. Peccato che oggi non se ne vado tanti al cinema, ci sono solo supereroi».

Una suggestiva foto di John Carpenter, sul set di Fuga da New York

E.T. «Mi hanno definito “l’anti-Spielberg” perché lo sono. E.T., infatti, è uscito poco prima de La cosa e tutti l’hanno amato. Steven sapeva che la gente voleva piangere al cinema ed è diventato maestro delle emozioni umane. Chiaramente io invece avevo torto… Il domani? La tv sta pensando di adattare un paio di miei film e non potrei esserne più felice. Finché mi pagano bene io glieli cedo volentieri…»

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